venerdì 19 luglio 2013

Humans | Animals


Sheepgirl (omaggio a Goya)
pastello su carta
Non si può non ammetterlo: prima o poi i cambiamenti avvengono.
Avvengono senza un nostro preciso comando, senza una nostra volontà.
Non ci si spiega come. Avvengono.

Nuova Identità
tecnica mista su tele e cartone
Quando ciò capita non sappiamo come sarà il futuro. Saremo noi stessi a modificarci, sia dentro che fuori. Diventeremo dei semi-dei o dei semi-mostri. Chissà a chi spetterà il compito di poterlo giudicare. Forse ci affideremo ancora a qualche Dio?
Sta di fatto, che presto saremo la vera bestia che celiamo dentro e che abbiamo sempre nascosto dietro la maschera del nostro volto.
In questo modo non saranno più necessarie le menzogne!

Istituzione
tecnica mista su tela
Ma se da una parte l'umano si trasforma per diventare qualcosa di diverso da quello che potremmo comunque immaginare, dall'altra parte gli animali, stanchi di subire e sottomettersi, iniziano ad assumere parte del carattere umano.
Iniziano quindi a capire che per essere del tutto felici, devono prima distruggere l'uomo e forse dopo continuare ad attaccare sé stessi, così, per svago.

Pettirosso da combattimento
Olio su tela
Cominciano così ad utilizzare le stesse armi dell'uomo, contro l'uomo.
Ora, guardandoci attorno possiamo notare una folta schiera di teneri animaletti pronti a rilasciare quel missile o quella bomba.

Sotto il peso delle ali
tecnica mista su tela
 A che serve nascondersi?
Il cambiamento è in atto. Qualcun'altro prenderà il nostro posto, divertendosi a sottomettere e deridere chi è più debole, o restando a guardare la partita degli oranghi in tv la domenica.
I cambiamenti avvengono.
Prima o poi, avvengono.


Asino d'assalto
olio su tela


Rafael Vindigni

martedì 25 giugno 2013

Ossessioni


Cos’è un’ ossessione? 
Se ricorriamo alle definizioni da dizionario possiamo estrapolare, in primo luogo, che essa è un fenomeno patologico che si impone ineluttabilmente ad un individuo come una rappresentazione mentale, la quale causa sentimenti di ansia. Per controllare tale sentimento di ansia una persona compie gesti rituali e determinati, che lo calmano solo apparentemente o comunque per breve tempo, in modo da non rimanere fissato su tali pensieri. Il fatto che l’ossessivo compia tali gesti per mitigare l’ansia presuppone la sua consapevolezza sulla base insensata delle sue idee, ma l’unica cosa che riesce a fare è attuare un rito, una cerimonia che probabilmente ha radici infantili- adolescenziali.

Il primo che mi viene in mente, essendo una scribacchina , è il Commissario Montalbano che ogni volta che deve parlare al telefono con il Signor Questore, inizia a ripetersi le tabelline per acquietare l’attesa di render conto alle Autorità del suo operato.

Se andiamo a cercare nei libri di psicologia, il comportamento ossessivo-compulsivo è diviso in sette ramificazioni specifiche, tutte collegate comunque al controllo della realtà e del mondo circostante. Ossessivi per igiene e batteri che si lavano mani fino a provocarsi lesioni; ossessivi sul controllo degli oggetti che contano e ricontano le cose che hanno intorno o che tutto sia lasciato proprio come era dieci minuti prima.





Ma a noi ciò interessa il giusto, dato che tali classificazioni sono forse un po’ vecchiotte per ciò che siamo diventati, per le ossessioni che nell'ultimo ventennio ci hanno invaso. Una nuova ossessione molto in voga e di cui anche io sono schiava è quella dell’informazione. Essere informati, sempre, costantemente. Sapere cosa succede nel mondo come se il nostro cuore non potesse battere e il nostro cervello lavorare senza sapere se in Turchia mietono il grano, oppure se in Pakistan le forze Onu hanno benzina. Metti caso scoppia una guerra? C'è un terremoto in Groelandia? La Russia decide di far guerra alle Isole Cayman?

E allora se passiamo troppo tempo nella natura, distaccati dai mezzi di comunicazione e informazione,respiriamo con maggior forza di quella che i nostri polmoni ci richiedono, con molta maggior forza dei disintossicati dal mondo virtuale. Compensiamo con i respiri le nostre ansie.

Ma tutto questo discorso si vuole solo avvinghiare all’ossessione nell’arte ed ai suoi effetti. Perché i comportamenti ossessivi nell’arte sono stati molteplici e non certo possiamo farli risalire alla definizione psicologica di disturbo ossessivo-compulsivo. Grazie a questi comportamenti ci è pervenuto un materiale immenso che i libri di arte classificano di solito sotto il nome di temi comuni, idee portanti, studi o ancor peggio di Serie.



Chi iniziò non si sa, ma mi piace ricordarvi l’ossessione di Michelangelo per il corpo umano maschile in movimento. Omosessuale latente e cristianissimo, studioso di anatomia, fino al giorno prima di morire ha scolpito e dipinto muscoli virili e volti. Oppure Raffaello che della Madonna con Bambino ne fece quaranta copie. Vogliamo poi parlare degli studi sulla luce del Caravaggio?

Ma facendo un salto di qualche secolo troviamo i girasoli di Van Gogh, le ninfee di Monet, l’urlo di Munch riprodotto cinquanta volte, gli squarci di Fontana e l’ossessione per la femminilità di Dalì.


Anche io ancora oggi torno su alcuni miei testi perfezionabili, perché l’idea che abbiamo visibile nella mente possa concretizzarsi in maniera anche violenta sulla tela, la pietra, la pagina, la carta fotografica.

Perché l’idea è una visione di una cosa meravigliosa, mai perfettibile, solo perfetta, ma noi umani per raggiungerla dobbiamo riprodurla, con sofferenza e determinazione, tante e tante di quelle volte solo per dargli un barlume, una somiglianza a quel qualcosa di impressionabile che ella è.



Maruska Nesti


lunedì 10 giugno 2013

Le opere soffrono la solitudine del maratoneta?



Ho sempre amato, negli inglesi, la capacità di distinguere nettamente la solitudine ricercata da quella subita e il saperlo fare sin dalla scelta del vocabolo con cui designarle.
Mi chiedo se non sarebbe più facile accettare la condizione potendola definire correttamente. Del resto, una parola nasce dalla consapevolezza e, in ultima istanza, da essa può partire la ricerca di una soluzione.

Le opere d'arte delle esposizioni tradizionali nei nostri musei sono sole per troppo tempo. Restano lì appese a prendere polvere per mesi, senza che la luce che le anima sia carpita da occhi interessati. Gli afflussi ai musei sono ben definiti da un grafico a gobba di cammello. All'inizio e alla fine di una mostra c'è sempre un picco di visitatori che immancabilmente crolla nei mesi centrali. Questo significa che per mesi le opere possono crucciarsi di sentirsi sole, nel mezzo di una maratona silenziosissima.
I dati forniti alla fine di una esposizione riportano sempre il numero di visitatori complessivo, mai la media giornaliera: analizzandola, spesso ci si renderebbe conto dello spreco. 

La logistica di una mostra è monumentale, così come i costi; quindi si cerca spesso di far succedere più date in sequenza, per rendere fruibile l'evento a un numero maggiore di visitatori. Si potrebbe migliorare, e di molto.

Una soluzione può essere la flash exhibition: le opere viaggiano continuamente e le tappe sono brevissime, al massimo un mese, ma anche meno. In questo modo, il visitatore ha la sensazione di appuntamento immancabile, di proposta attualissima e imperdibile: la maratona si fa corsa.
Nulla di frenetico; si annullano i pomeriggi fiacchi. 
Questa che sarebbe una possibilità conveniente per le grandi mostre, è di fatto una necessità imprescindibile per le esposizioni di giovani artisti. Così facendo le opere divengono parte di un percorso fluido, che permette una fruibilità e una visibilità maggiori. I giovani artisti spendono moltissimo tempo nella fase promozionale, a discapito della produzione di nuove opere, della condivisione di stimoli e ricezione di nuove tendenze. Liberarli dalla necessità continua di intercettare nuove piazze, inserendoli in un circuito efficiente e in continuo movimento, farebbe a loro e al pubblico un pregevole servizio.

Ho messo in pratica questa mia teoria: di recente ho curato una mostra per la quale ho previsto tempi di esposizione non superiori ai quindici giorni per location. Anche quando mi sono stati offerti spazi molto interessanti per periodi più lunghi, ho rifiutato, e sono certo che gli artisti che hanno partecipato hanno compreso e condiviso le mie ragioni. L'unico modo per realizzare un sistema di questo genere è appoggiarsi ai fermenti più attivi dell'arte contemporanea italiana. Mi riferisco alle associazioni sommerse, ai centri sociali autogestiti, agli eventi autopromossi, svincolati da quei formalismi e servilismi così infantili, nel loro continuo chiedere permesso e accattonare consensi. 
Coinvolgendo minuscoli e attivissimi collettivi, si può contare sul loro entusiasmo e su una rete fittissima che copre tutta la penisola. Le opere trovano una caldissima accoglienza, un pubblico motivato e allestitori meticolosi.

L'Italia vive artisticamente un periodo non differente dal post dittatura franchista della Spagna dei tristemente lontani anni Settanta. Se allora Almodòvar si divideva tra la regia e il palco su cui impugnava il microfono dall'alto di zeppe chilometriche, ora quel coraggio è un ricordo e una cicatrice. Il senso profondo della ribellione sembra sfogarsi in cinico nichilismo, in autolesionismo passivo. Fortunatamente c'è un sottopelle vibrante ed affamato.

Molte delle microgallerie domestiche languono sotto il volo famelico di avvoltoi, in attesa che l'ennesima bolletta da pagare faccia scattare uno sconto disperato. Alcuni pittori si rifugiano in casa, non aprono più a nessuno. Molti smettono, abbandonano, identificano l'arte con la parte di sé che non permette un inserimento conforme: sono creativo, quindi non troverò mai un lavoro. Tremendo. Rovesciata è anche peggio: smetto di far arte, mi accetteranno e pagherò le bollette. Sono quelli i nostri veri artisti e quasi nessuno sa o sospetta che esistano. Con fatica, porta dopo porta, sono andato a scovarne alcuni e, credetemi, il post dittatura italiana, almeno nell'arte, è una realtà.


Sandro Fracasso


lunedì 20 maggio 2013

Low Tide - Denis Rouvre









Denis Rouvre, ritrattista francese di fama internazionale, ci offre “Low Tide” - “Bassa Marea” , un reportage di forte impatto visivo ambientato in Giappone. 
Fukushima, la più grande tragedia ecologica e umana che il Giappone abbia conosciuto dalla seconda guerra mondiale ha attirato l’attenzione di Denis Rouvre che ha visitato una ventina di villaggi nella regione di Thoku, dove lo tsunami ha devastato 600 chilometri di costa e dove gli abitanti hanno perso tutto. 
Lì, Rouvre, è andato a fotografare semplicemente ciò che vedeva, senza scopi precisi, per una memoria visiva piuttosto che per una ricerca del                  paesaggio.















Il progetto nasce con l’ intento di fotografare nello specifico tutti i desolati paesaggi del dopo catastrofe, ma proprio scattando quelle immagini che l’autore comincia a farsi domande sulla popolazione sopravvisuta alla tragedia. 







Ed è proprio qui che comincia il “ secondo “ capitolo del progetto, riprendere I volti di chi è rimasto. Poche persone, dice l’autore, hanno accettato di farsi ritrarre, poichè la diffidenza è piuttosto consueta nella cultura giapponese, soprattutto dopo un disastro di simile entità. Quando Rouvre si prepara per il ritratto resta solo nella stanza con il suo soggetto, perché con la presenza di altre persone potrebbe non ottenere mai la foto che desidera. La relazione che lui cerca di instaurare per ottenere il giusto ritratto è molto diretta: si tratta di soli due minuti, ma intensi, trascorsi quasi in silenzio. 

“Del resto non poteva esserci molto dialogo, perché eravamo troppo diversi, troppo distanti, non c’era niente in comune tra noi, ma il silenzio permetteva alle persone di concentrarsi. Se non ottieni la foto in quei due o tre minuti allora non l’otterrai mai perché significa che in fondo il soggetto non vuole dartela davvero.” 




I volti che ha ritratto mostrano una dignità di fronte a ciò che è accaduto, e per evidenziarla ha scelto un”illuminazione piuttosto basica, essenziale, ottenuta con un solo punto luce, e piazzata giusto di fronte al soggetto. 







Dietro ogni fotografia c’è un silenzio, un tempo che ci dice semplicemente che c’è stato un prima e che noi siamo il dopo. Che il prima è scomparso definitivamente, che non vi avremo più accesso e che resterà l’immagine, e solo quella. 




Francesco Gallo


mercoledì 15 maggio 2013

Scarabocchi 3D


Da giovedì’ 16 maggio alle ore 18 gli “Scarabocchi 3d” dell'amico artista Marco Viola occuperanno il salone “Contesta Rockair” di via di San Quirico 38 a/b a Firenze.

Si tratta di creature metalliche da compagnia, “scarabocchi”, nati non da una penna, ma da fili di metallo che delineano nello spazio forme 
tridimensionali di umana somiglianza.

Gli “Scarabocchi 3d” sono oggetti d'arredo, opere d'arte, ciascuna delle quali è un pezzo unico, poiché nasce da un gesto estemporaneo senza alcun progetto; alla base c’è solamente un’ispirazione estetica attorno alla quale la 
materia viene plasmata.



L’installazione, ad ingresso libero, sarà inaugurata alle 18, alla presenza dell’artista, con un evento che prevede un concerto live raggamuffin, una selezione musicale a cura di DJ Mendosa ed un aperitivo offerto a tutti gli intervenuti.
Marco Viola, calabrese di origine e fiorentino di adozione, non ama definirsi uno scultore: lo scultore toglie, mentre lui aggiunge, o, meglio, dispiega ed aggroviglia: la sua tecnica è quella dello “scarabocchio”, ma, anziché la penna, usa fili di metallo che delineano nello spazio forme in tre dimensioni di sembianza umana. Più che uno scultore, Marco è un cultore della materia, che intreccia sapientemente e pazientemente fino a creare forme giocose, sensuali 
o, anche, misteriose.




martedì 7 maggio 2013

Il Sopruso Silente lascia Firenze






Ebbene si, anche quest'avventura è giunta al termine. Un'entusiasmante avventura di dialogo e improvvisazione.


"Il Sopruso Silente" lascia Firenze un po' più vuota e spenta, nella sua cornice quotidiana insomma, e noi col cervello pieno di nuove idee e progetti.
Le opere della mostra rimarranno lontane dagli occhi per un paio di mesi prima di giungere ad una nuova sede di esposizione e noi saremo pronti a segnalarvi dove nuovamente si manifesteranno.



Ci sentiamo di ringraziare molte persone che sono intervenute in questa tre giorni fiorentina.

Per primi Sandro Fracasso e Irene Raspollini per l'eccezionale collaborazione, amicizia, fiducia e disponibilità, nonchè per l'idea portante della mostra e la forte determinazione per la realizzazione.

Gli amici poeti di Ferrara (Carlo Bollani, Andrea Manica e Stefano Urban) per il reading poetico di venerdì sera, dove per più di un'ora ci hanno coinvolto in un diluvio di versi che ha travolto le sonnolenti coscienze dei passanti di Via Sant'Agostino.

Rebi Rivale, Ornella e Davide che hanno portato sabato generosamente la loro musica in questa Firenze che inseguiva un pallone e si è persa un'esibizione artisticamente di grande livello.

Si ringraziano il Quartiere 1 di Firenze, per l'uso gratuito dello spazio, e tutti, ma proprio tutti, i visitatori, i passanti, gli amici che si sono fatti incuriosire.
Si ringrazia noi stessi, che nonostante i mille e più impegni riusciamo a portare avanti questi progetti quasi fuori moda.

E si ringrazia chiunque abbia donato anche solo venti centesimi agli amici dell' Associazione Pantagruel che opera nel carcere di Sollicciano.
Per loro sono stati raccolti 210,72 euro, già versati tramite bollettino postale.

Si ringrazia tutti gli artisti coinvolti, per le opere, le parole, i messaggi che lasciano con queste.

E con questo ho finito.

Alla prossima.