martedì 28 febbraio 2012

Soma d'autore

Dimmi della realtà 
in modo così coerente
che io la faccia mia
una volta per tutte
te ne libererai


Gli autori di libri sono in costante aumento, di pari passo  i lettori calano. 
Con questa premessa, l'editoria è sempre di più un affare di testi prodotti a proprie spese. La strada principale di queste imprese editoriali è lastricata di premi inventati ad arte (premio letterario della lettiera d'oro, gran premio onorario di bagno di sopra etc.).

I vincitori, gonfiato l'italico petto, si frugano in tasca per dare alle stampe la loro prestigiosa produzione. Il ragionamento che va per la maggiore è: <<Ho vinto, sono il migliore, tutti lo devono sapere>>. Così le discariche si riempiono delle copie mai scartate di questi nuovi pluripremiati. I loro fortunati amici e parenti si ritrovano sul comodino prose imbarazzanti e storie spesso sconclusionate.<<L'hai letto? Splendido vero? Hai notato che ti cito a pagina 12, si dai, era il minimo: Dopo che abbiamo condiviso tutto,  farti partecipe della mia gloria immortale!>>.
Negli anni il numero di ore che dedichiamo alla lettura è decollato in virtù dell'uso di internet. Di pari passo la qualità di ciò che leggiamo è crollata. Deve essere subito assimilabile, pillole di concetti di pronta fruizione. Conseguenze immediate, ne sono: la morte della grammatica, dello stile, suicidio premeditato della punteggiatura e autolimitazione della frase a un pugno di parole, modulo all'inglese. Se i pensieri ora iniziano con congiunzioni, se le frasi finiscono con dodici punti interrogativi, o escalamativi, visto che il dubbio è solo una variante della certezza, lo dobbiamo agli strenui difensori del take away culturale. La lingua evolve e non puoi certo essere tu ad arrestarla. Premesso che non è che si frema dal desiderio di essere travolti dal treno in corsa dell'ignoranza, cosa ci stanno a fare sulla terra quei quattro disperati che oltre a saper pensare, sanno ancora scrivere? Si potrebbe azzardare che meditino di darsi agli stucchi veneziani. Al contrario è la cosiddetta onda perfetta da cavalcare. Un paio di apparizioni televisive e il peggio del peggio è best seller. Del centinaio di libri che insulto ogni anno, molti sono italiani. Ci telefonano questi autori o parlano dalla doccia, di certo non scrivono, non a cervelli intelligenti. Al liceo c'era sempre quel compito di latino di metà febbraio che proponeva una versione di Tacito, non Cesare, macchè Plinio, no proprio Tacito. Il massimo piacere non era tanto il buon voto, quanto il disinnescare l'elegante struttura che racchiudeva, spessissimo, massime esaltanti per la formazione di giovani escursionisti del sapere. Chi ha una dote ha anche una responsabilità nei confronti degli altri. Chi ne ha due è condannato. Allora iniziate a scrivere, rileggetevi fatevi leggere, confrontatevi e poi riprendete, da capo. Quando avete una buona idea con il difetto di essere complessa, ricordate che non sempre la si può esprimere in modo facile. Non vi capiranno molti facilisti, quelli che recitano: <<se t'è ben chiaro lo devi poter spiegare anche a tua nonna>>, vanno ammaestrati al favoloso universo post nonna. Al di là delle massime da bar e del semplice ad ogni costo, ci sono le storie che non siamo riusciti a vivere, le persone che proprio non capiamo, le vicende che ti lasciano il desiderio di riavvolgerle, di riascoltarle. È per loro che si scrive, per loro e per noi stessi, che così tanto sappiamo amare lo scritto, che ci siamo dimenticati la fatica che si fa per contenerlo. Questa sensazione non si traduca in testi autoreferenziali e privi di connessione con l'umano. Le parole sono una forma di comunicazione, al di là di suono e sintassi; rendiamogliela dura ai semplicisti, con quella pedante cura del dettaglio, che solo chi sa di non aver tempo per riscrivere due concetti semplici per esprimerne uno complesso, sa scovare. Siate spietati con chi si prende gioco del vostro tempo e della vostra intelligenza; sanno che ci sono rime che funzionano sempre. Che funzionavano, mi sento di rispondere.

Sandro Fracasso
Img: Irving Penn

lunedì 13 febbraio 2012

Agli inglesi piace al sangue



Contrapposizione tra tre grandi pittori contemporanei

Ovviamente non potevo che appassionarmi a questo genere di pitture, confrontando questi 3 grandi artisti “londinesi” che attraverso l'uso di una pennellata corposa e fluida ci restituiscono dei tranci di carne umana spiattellati su un piatto, ma così freschi e teneri da sembrare ancora “vivi”. Analizzando la resa delle carni nelle opere di Lucian Freud, Francis Bacon e Jenny Saville, ci rendiamo subito conto come siano riusciti ad aprire una nuova visione nella pittura “tradizionale”, restando cardine principale e ispirazione per gli artisti a venire.

Nei dipinti di Lucian Freud troviamo modelli nudi appoggiati in ogni angolo del suo studio, tra drappi di tessuto intriso di colore e numeri di telefono sui muri corrosi dall'umidità. Con la sua pittura, Freud, cerca di far riaffiorare attraverso la resa della pelle, la natura dei personaggi ritratti: le loro ansie e le loro paure. Ogni dipinto cerca di sedurre, ma allo stesso tempo, di disturbare. Infatti, seppure i modelli sono solitamente nudi e ripresi da precise angolature, non c'è traccia di erotismo in questo. Nel dipinto “And the Bridegroom” in cui si vede una giovane coppia che giace su un letto l'uno al fianco dell'altra (Leight Bovery, artista e performer australiano, e la sua compagna Nicola Bateman), i toni della pelle ci rifondono la delicatezza e morbidezza del corpo della donna in contrasto con l' imponenza e il colore scuro della pelle dell'uomo. Soprattutto i ritratti maschili ci restituiscono quel grado di verità: “...La verità contiene un elemento di rivelazione. Se una cosa è vera, fa un qualcosa in più che impressionare per il solo fatto di 'essere così'” (L. Freud). Così i suoi modelli si offrono alla nostra vista con la naturalezza del loro sesso scoperto senza pretese erotiche. Il realismo è portato all'esasperazione, ma non siamo di fronte ad una pennellata rimuginata e piatta, bensì a tracce veloci di colore, colpi assestati proprio nei punti giusti così da farci scoprire tutte le sottigliezze della pelle, fino, quasi, a farci percepire i vasi sanguigni che si celano sotto.
Contemporaneo di Freud, Francis Bacon preferisce scorticare lembi di pelle, separare minuziosamente tutte le parti anatomiche fino a stravolgere la natura dell'uomo. Se consideriamo tutto ciò che contorna  l'artista in quegli anni e l'incredibile quantità di carte, stracci, colori, fogli di giornali, riviste, foto che stavano dentro il suo studio quasi a renderlo un ambiente invivibile, stupisce come i suoi dipinti presentino delle campiture regolari con colori stesi omogeneamente e righe che delineano lo spazio dove si sistemano i personaggi. È proprio vero che ognuno riesce a trovare un ordine nel suo disordine. Ma se tutto il contesto è reso statico ed immobile, proprio i personaggi presentano quella sorta di mutazione continua della pelle, dove pennellate dense si introducono con forte violenza sull'anatomia del corpo fino a trasformarli in dei mostri amorfi. Lo studio per il trittico della crocifissione, presenta addirittura delle forme di carne e pelle grigiastra, il cui solo collegamento con l'uomo sta nelle bocche, tese in atteggiamenti di sofferenza congiunta.
Allo stesso modo di Freud, che era solito utilizzare diversi modelli da ritrarre nel suo studio, Bacon riporta figure e personaggi che sono elementi essenziali della sua vita sociale, riproducendoli  spesso in atteggiamenti quotidiani e consueti. La forma anatomica distorta di Bacon riprende molto dalle pitture cubiste di Picasso, ma la pennellata rispetto al contemporaneo pittore londinese è appiattita e solitamente assente nella sua forma. È soprattutto l'intervallare tracce di colore con profondi neri a dare strane profondità e cavità in diverse parti della pelle.

Prendendo un po' dall'uno, un po' dall'altro, Jenny Saville propone una diversa figurazione, che indaga tanto il realismo contemporaneo, ma i suoi personaggi sono soprattutto grovigli di corpi e figure contuse ed emaciate. Così, se con Freud la pelle copriva le vene e la carne sottostante, e con Bacon abbiamo uno storpiamento ed implosione/esplosione del corpo, la Saville ci restituisce quello che rimane dell'uomo quando il sangue defluisce fuori, quando questo modifica il suo corpo fino a divenire qualcos'altro. Il martirio della carne viene utilizzato dalla pittrice come pretesto per lavorare sulla materia e sul colore. Il realismo e la violenza di queste figure sfocia  presto nella trasformazione del corpo, ma non storpiandolo del tutto come faceva Bacon, bensì modificandolo nell'essere, riproducendo dei modelli di transessuali, “forme” impensabili fino ad una trentina d'anni fa: ecco che questi personaggi diventano il frutto della nuova icona contemporanea, di un nuovo essere che racchiude in sé due sessi. E chi può dire se siano meglio o peggio?

La pennellata della Saville è fresca, veloce, ampia in molti punti, minuziosa solo nei piccoli e importanti dettagli, come gli occhi. Non c'è un'elaborazione dello spazio, è il corpo del soggetto a crearlo e a riempirlo come meglio può. Ma questo è anche logico, perchè l'artista preferisce lavorare sull'essenza della carne, restituirci il carattere della pelle con colpi di grosse pennellesse intrise di colore.


Potrebbero mai questi artisti lavorare su dei paesaggi con la stessa forza e intensità? Ecco perchè alcuni nascono con certi istinti difficili da soffocare in altro modo. Per tutti e tre gli artisti inglesi è quindi vitale l'elaborazione del colore delle carni, della pelle, dei toni di questa che mutano con il mutare del soggetto e del suo sesso. Ma è come questa carne viene dipinta, come ci viene restituita, senza troppi fronzoli, senza troppe “leccatine” sulle pennellate, senza indugi, e servita quindi come una bella bistecca fiorentina: al sangue!!!
Rafael Vindigni
Img.:L. Freud, F. Bacon, J, Saville

mercoledì 1 febbraio 2012

2012. Rinascimento o medioevo?









Né ciò che da tempo mi ero legata al dito.
Non avrei dimenticato l'ombrello.
Non avrei dimenticato di fare la spesa.
La strada bruciava le sue pareti rendendo il passo confortevole
e luci paonazze ridevano dalle finestre accese
ricordando che oggi, oggi è natale.
E' oltrepassare stracci pieni di corpi ad ogni respiro gonfi,
come vele al vento.
E' muschio
su uno specchio d'acqua
sotto il cielo grigio dei tuoi occhi
e piccoli ruscelli di carta stagnola tutto intorno,
come rughe di espressione
sulla tua fronte aperta, come una roccia al sole.
Dissemino ormai quelle vecchie lire da bambina,
anche loro come i miei occhi
hanno cambiato colore.
Non avrei dimenticato il tuo nome.
Lo ripetevo sottovoce, lo urlavo disperata
quando martelli di campane schiacciavano le ore
che le dividevano dal natale.
Dal suonare.
Con allegria le cosce,
le braccia le poppe i tacchi in aria.




Stefania Rubeo