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domenica 6 febbraio 2011

Psike intervista Fidia Falaschetti

Sei febbraio duemilaundici, ultimo giorno per visitare la nostra esposizione e vi lasciamo con le parole di Fidia.

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Tutto si spiega. E’ un modo di dire, un intercalare dialogativo quando tasselli disparati confluiscono in un insieme che assomiglia ad un tutto. Hai mai avuto questa sensazione all’inizio o durante il tuo percorso artistico?

So che non si risponde ad una domanda con un’altra domanda ma, che tipo di droghe usate quando preparate le interviste?
Devo dire che mi trovo in difficolta’: se rispondessi “blinda come se fosse antani?
Provando ad entrare nella lisergia del quesito, provo a rispondere dicendo che mi reputo un antifatalista conclamato: sono decisamente convinto che il destino sia un potentissimo oppiaceo, ottimo per  evitare il confronto con l’attualita’, con i coglioni belli esposti al sole.
Tutto si piega, prima di essere indossato, e poi si [s]piega quando lo si veste. Lo si acciacca, suda, sporca, in soldoni lo si vive.
Vestire, agire, trovare relazioni e connessioni e’ un compito importante per chiunque decida di non assuefarsi all’ovvieta’.


Doveva essere un re, invece è un fante. Non è una domanda, ti chiedo un’interpretazione libera.

Peccato: avevo il re bello, ed era anche scopa!
Ma se poi “scopo” toppo rischio di assomigliare a qualcuno che ne ha fatto un orgoglio nazionale, ergo, ringrazio il fante e gli suggerisco di non affligersi: la rivoluzione culturale comincia dal basso!           


L’opera a cui assomigli, tua o di qualsiasi altro artista.

Da pochi giorni ho cominciato a cucirmi addosso un vestitino piuttosto slim. E’ il racconto immediato dei 365 giorni che precedono il parto di un lavoro prima, e la crescita dello stesso nel suo ambiente poi. E’ un taccuino che narra la storia del “bimbo/opera” dalla causa al suo effetto, dal concepimento al suo debutto in societa’.  Il percorso comincia a Bali, Indonesia, e si chiudera’……… Tutto, in diretta, giorno per giorno, fino alla sua dissoluzione. Tutto online sul blog 365. IL DIARIO DEL BOLIVIA IN CHE …guerriglia contemporanea.

IMG: Trittico del GI-OTTO, Fidia

sabato 5 febbraio 2011

Psike intervista Marco Pieraccini

Splende il sole su Firenze, forte come un cazzotto.
Riuscissimo a fermarlo questo tempo, questa luce. C'è chi lo fa da qualche anno con tanta passione e una buona dose di precisione, e noi andiamo a porgli le nostre, ormai conosciute, tre domande.
Marco Pieraccini, fotografo fiorentino, è presente all'esposizione di Psike con il "Trittico del libero arbitrio".
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Tutto si spiega. E’ un modo di dire, un intercalare dialogativo quando tasselli disparati confluiscono in un insieme che assomiglia ad un tutto. Hai mai avuto questa sensazione all’inizio o durante il tuo percorso artistico?

L'intercalare dialogativo tra pensieri o frammenti di essi è una nebulosa che nel suo ordinato caos genera l’Idea. Geniale o meno che sia sarà fatta d’un accento di colore una parola d’ombra una linea ricurva una prospettiva spezzata una gamma tonale mancata e poi finalmente riacciuffata. E mentre il tutto è sublimato dall’assenza di una virgola niente continua a spiegarti perché tutto-ciò sia inspiegabilmente equilibrato. In questo sta il genio dell’Arte?


Doveva essere un Re, invece è un fante. Non è una domanda, ti chiedo un’interpretazione libera.

E’ proprio in questo la bellezza dell’atto creativo.
Quando la mente gravida partorisce una sensazione, non sa mai fin dove la farà viaggiare quella mano che dovrà materializzarla fisicamente. A volte anche soltanto l’evoluzione che ho nell’approccio all’opera tra il suo inizio e la fine fa si che anche il più insignificante dei dettagli venga modificato cambiando il senso del tutto; così ciò che in me era intimamente concepito come Re, a voi appare fante.


L’opera a cui assomigli, tua o di qualsiasi altro artista.

Baiser de l'hôtel de ville, Doisneau.
Questo né per voler citare per forza un grande, né perché sia incline a preferire il classico a tutti i costi.
Semplicemente perché io sono dentro quell’immagine almeno quanto lei è dentro di me e perché solo chi mi segue sa quanto io abbia sperimentato e continui a fare con il tema del movimento in fotografia. Ho sempre avuto la “mania” di sforzarmi a restituire, con il movimento, quell’elemento di cui da sempre la fotografia è simbolo: la capacità di congelare il tempo in un istante.
Questo mio percorso è guidato dal desiderio di abbattere tale confine, cercando di espandere un frammento di tempo per farlo viaggiare negli occhi dello spettatore fino ad un istante dopo la percezione dell’immagine.


IMG: Baiser de l'hôtel de ville, Doisneau.

venerdì 4 febbraio 2011

Psike intervista Keziat

E mentre la mostra riapre anche per questo fine settimana, andiamo a conoscere ed interrogare Keziat, indubbiamente un'artista visionaria.

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Tutto si spiega. E’ un modo di dire, un intercalare dialogativo quando tasselli disparati confluiscono in un insieme che assomiglia ad un tutto. Hai mai avuto questa sensazione all’inizio o durante il tuo percorso artistico?

Nel 2009 ho cominciato a sperimentare anche il video come mezzo di espressione artistica. Non l’avevo mai fatto prima, anche se era in progetto da anni, e nel realizzare il mio primo cortometraggio “Memoria di un folle” ho provato proprio questa sensazione: unire migliaia di disegni in sequenza per formare un tutto, che trasmettesse fino in fondo il mio incredibile micro mondo visionario.

In generale quando lavoro su una nuova opera provo sempre una sensazione simile perché all’inizio sono totalmente influenzata da forze emotive contrastanti, ricordi e stati d’animo legati anche al mondo che mi circonda. E solo quando è completamente finita capisco di aver concretizzato tutto ciò che avevo in testa.


Doveva essere un re, invece è un fante. Non è una domanda, ti chiedo un’interpretazione libera.

A volte quello che vediamo non è ciò che sembra. Mi fa venire in mente il mio approccio ambiguo con il mondo reale. Vivendo infatti sempre un pò tra la realtà e l’immaginazione mi capita spesso di vedere la stessa cosa in due modi differenti. Una è quella reale, l’altra è una mia interpretazione.Il mio lavoro è pieno di questi capovolgimenti di ruoli perché mi piace molto decontestualizzare tutto per ricostruire all’infinito. Scavare all’interno delle cose per svuotarle del loro significato e nello stesso tempo trovarne altri diversi. Ed è così che l’essere subisce infinite metamorfosi.


L’opera a cui assomigli, tua o di qualsiasi altro artista.

In generale, tutte le mie ultime opere mi assomigliano e rispecchiano esattamente quello che sono io, in quel periodo della mia vita. Le considero una mia proiezione, un mio prolungamento.






IMG: "memoria di un folle" -"Seduto su un albero" - "l'albero dei sogni":particolari - Keziat.

martedì 1 febbraio 2011

Psike intervista Francesco Gallo

Francesco Gallo è presente alla mostra "La differenza tra l'inferno e il paradiso è nell'uso dei cucchiai" con l'opera Re-Azioni, trittico di fotografia digitale.
Tarantino di origine, insediato a Firenze, è stato tra i finalisti del Premio Celeste 2010.
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Tutto si spiega. E’ un modo di dire, un intercalare dialogativo quando tasselli disparati confluiscono in un insieme che assomiglia ad un tutto. Hai mai avuto questa sensazione all’inizio o durante il tuo percorso artistico?

Mai avuto la piena consapevolezza di niente. Quando l'emisfero destro del mio cervello concepisce un'immagine essa viene dettata da un bisogno, da un istinto, dalla necessità di realizzazione visiva. Qualsiasi input esterno può interessarmi, un suono, un colore, un volto. Ma quando mi trovo davanti all'immagine finale ecco ricomporsi pezzi della mia persona, delle esperienze mie e di chi mi sta vicino, è come una retina sottile con cui passare al setaccio sogni e bisogni della mia specie. Poi guardare all'interno e vedere cosa rimane, impastare il tutto con una buona dose di respiro e spargere il risultato su carta. E' solo una ricetta.

Doveva essere un Re, invece è un fante.  Non è una domanda, ti chiedo un’interpretazione libera.

Vedo una scacchiera. Il fante muove in diagonale, il Re solo dritto davanti a sé oppure torna sui propri passi. A volte la scelta di percorrere strade meno "convenzionali" premia e porta alla vittoria. Non importa la potenza di fuoco dell'avversario, fondamentale è la strategia: saper attendere e colpire al fianco. Fare Arte, tentare... nell'era dell'immagine è usare tecnica, strategia. Idee. 


L’opera a cui assomigli, tua o di qualsiasi altro artista.

Non esiste mai UN'opera. Ma esistono frammenti di opere. Guardo a me come una tela di Valls, una qualsiasi, con i colori di Hussar e i graffi di Nerdrum.



IMG: D. Valls; O. Nerdrum; M. Husser

domenica 30 gennaio 2011

Psike intervista Rafael Vindigni

Continuiamo nel nostro giro di interviste, oggi conosciamo meglio Rafael Vindigni, pittore di origine siciliana, ma ormai stabile a Firenze.

A lui la parola!

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Tutto si spiega. E’ un modo di dire, un intercalare dialogativo quando tasselli disparati confluiscono in un insieme che assomiglia ad un tutto. Hai mai avuto questa sensazione all’inizio o durante il tuo percorso artistico?

Da piccolo preferivo più disegnare che mettermi a studiare storia. Col tempo avevo perso questa passione, forse a causa dell'incompetenza di qualche insegnante, per poi ritrovarla dopo qualche anno, insediata sempre più a fondo. In realtà non riesco a spiegarmi perchè ad un certo punto ho sentito l'istinto di mettermi a disegnare, e perchè mi dà forza mettere del colore su una tela o graffiare con una matita su un foglio. Certi tasselli sistemati dal destino forse non sono casuali. Molte cose non sono messe lì a caso. Molte cose accadono perchè devono. Ma non ho la concezione dell'insieme. Non ancora almeno.


Doveva essere un re, invece è un fante. Non è una domanda, ti chiedo un’interpretazione libera.

Per ricoprire certi ruoli, ci si aspetta in genere che sia, per un qualche diritto di selezione naturale, un certo personaggio, una certa figura, che per gerarchia risulta essere in vetta ad una scala, dove valori come denaro e potenza, sono le uniche cose a poter contare, a valere. Persone magari che godono di una certa stima in società, solo perchè possono servire da trampolino di lancio per altri. A sorpresa invece, ecco spuntare da dietro, lentamente, con lo sguardo fiero e stanco, chi si è formato sulle proprie spalle, arrancando magari qua e là per un lavoro che gli permettesse di condurre avanti il proprio sogno, senza dover chiedere niente a nessuno e senza il bisogno di prostituirsi per prestazioni guadagnate illecitamente. Mi piace pensare che sia quel Fante a condurre la battaglia, proprio perchè ne ha le capacità, e non un Re impedito sistemato lì da qualcuno prima di lui.


L’opera a cui assomigli, tua o di qualsiasi altro artista.

Come ho già detto, credo tanto nel destino e nel soprannaturale, ecco perchè certi quadri metafisici mi conducono a quella strana sensazione che ritrovo in alcuni momenti.
Forse Le muse inquietanti di De Chirico (che è stato anche il primo dipinto che ho riprodotto) presentano una parte della mia persona che non conosco bene neanch'io, ma che di certo viene fuori in particolari momenti di meditazione o di solitudine.
Ecco, credo proprio che mi piacerebbe essere sistemato tra quei manichini un giorno o l'altro. Magari a mangiare un biscotto metafisico!


martedì 25 gennaio 2011

Psike intervista Chiara Fersini

Ci avviciniamo  a grandi passi all'inaugurazione dell'esposizione "La differenza tra l'inferno e il paradiso è nell'uso dei cucchiai".  Tutte le informazioni inerenti tempi e luogo le troverete cliccando qui
  
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Abbiamo pensato di presentare e conoscere meglio attraverso un'intervista composta di tre domande, i sei artisti che esporranno una loro opera durante la mostra.

Partiamo con Chiara Fersini, in arte Himitsuhana, fotografa, anche se lei non si definisce così.

"Non sono una fotografa nel vero senso del termine, sia perché sono un'autodidatta sia perché per me una foto è solo un punto di partenza. Non mi interessa rappresentare né documentare la realtà; cerco piuttosto di esprimere attraverso me stessa le mille sfaccettature che assume l’animo umano. Ma la fotografia è per me anche qualcos’altro: è un modo per capire e affrontare la mia personalità multiforme che a volte è un fardello davvero pesante da portare. Credevo che la fotografia fosse per me una passione. No. Non lo è. Non è un hobby, né una passione. La fotografia è la mia cura."


Tutto si spiega. E’ un modo di dire, un intercalare dialogativo quando tasselli disparati confluiscono in un insieme che assomiglia ad un tutto. Hai mai avuto questa sensazione all’inizio o durante il tuo percorso artistico?

Sì, è una sensazione che mi capita spesso di avvertire quando creo le mie immagini. A volte parto da un abbozzo di idea senza sapere bene dove questa mi porterà e quale sarà il prodotto finito. E' in questi momenti che sento quella particolarissima sensazione come di essere assorbita nel processo creativo, come se non fossi io a creare ma l'immagine che crea se stessa. Alla fine guardo il risultato e molte volte mi stupisco di come sia arrivata lì, della facilità con cui l'idea ha preso vita. Ne è un esempio questa foto.


Doveva essere un re, invece è un fante. Non è una domanda, ti chiedo un’interpretazione libera.

Se dovessi scegliere a quale delle due categorie appartenere sicuramente sceglierei il fante.
Quando si è consapevoli della propria natura e si sceglie la propria strada con convinzione un fante può certamente diventare un re. Il problema è quando ci si riveste di un ruolo fittizio che non ci appartiene, di un costume che ci protegge dal vedere quello che siamo realmente e ci porta a vivere una vita non nostra.


L’opera a cui assomigli, tua o di qualsiasi altro artista.

Le mie foto sono prevalentemente autobiografiche quindi direi che c'è un pò di me in ognuna di esse, ma se dovessi pensare a un vero autoritratto sicuramente sarebbe questo. E' un ritratto molto intimo e non perché sono svestita ma perchè ho scelto di ritrarre la parte di me con cui ho più fatica a rapportarmi.

venerdì 21 gennaio 2011

L'ispirazione aspirata


Dopo una lunga e coraggiosa vita, un valoroso samurai giunse nell'aldilà e fu destinato al paradiso.
Era un tipo pieno di curiosità e chiese di poter dare prima un'occhiata anche all'inferno.
Un angelo lo accontentò.
Si trovò in un vastissimo salone che aveva al centro una tavola imbandita con piatti colmi di pietanze succulente e di golosità inimmaginabili. Ma i commensali, che sedevano tutt'intorno, erano smunti, pallidi, lividi e scheletriti da far pietà.
"Com'è possibile?" - chiese il samurai alla sua guida -"Con tutto quel ben di Dio davanti!"
Avevano dei cucchiai dai manici lunghissimi attaccati alle braccia. Tutti potevano raggiungere il cibo, ma poichè il manico era più lungo del braccio non potevano accostarlo alla bocca.
Il coraggioso samurai rabbrividì.
Era terribile la punizione di quei poveretti che, per quanti sforzi facessero, non riuscivano a mettersi neppure una briciola sotto ai denti.
Non volle vedere altro e chiese di andare subito in paradiso.
Qui lo attendeva una sorpresa.
Il paradiso era un salone assolutamente identico all’inferno!
Dentro l’immenso salone c’era un’infinita tavolata di gente seduta davanti ad un’identica sfilata di piatti deliziosi.
Non solo: tutti i commensali erano muniti degli stessi cucchiai lunghi più di un metro, legati all’estremità per portarsi il cibo alla bocca.
C’era una sola differenza: qui la gente intorno al tavolo era allegra, ben pasciuta, sprizzante di gioia.
“Ma com’è possibile?”, chiese stupito il coraggioso samurai.
L’angelo sorrise:
“All’inferno ognuno si affanna ad afferrare il cibo e portarlo alla propria bocca, perché così si sono sempre comportati nella loro vita. Qui al contrario, ciascuno prende il cibo con i bastoncini e poi si preoccupa di imboccare il proprio vicino”.
Paradiso e inferno sono nelle tue mani.
Oggi.