giovedì 10 febbraio 2011

André Kertész: Fotografia "di stomaco"

(Budapest, 2 luglio 1894 – New York, 28 settembre 1985)




Ungherese di nascita, passa ancora ragazzo per Parigi per poi finire nel 1985 la sua carriera a NewYork.
Con il suo stile estremamente minimalista e semplificato scopre un elemento della fotografia che oggi diamo per scontato ma che all'epoca non fu per nessuno: un'immagine che "funziona" colpisce prima allo stomaco, al cuore per finire poi alla testa e dentro agli occhi. Situazioni estremamente semplici quelle ritratte da Kertész, talune geometrie (nelle quali mi ritrovo molto), altre situazioni ben più colme di "umano", una tecnica di appostamento dall'alto che ricorda molto certi scatti rubati di Doisneau (che molto probabilmente subì un po la sua influenza) da una finestra affacciata sulla semplice vita di quartiere. Un ritrattista della vita di tutti i giorni in tutta la sua semplicità che fa della strada il suo sipario, dimostrandoci come qualsiasi aspetto della vita dal più banale al più importante, meriti di essere fotografato.
Dai suoi scatti traspare un carattere introverso alla ricerca del dettaglio in/significante; gioco di parole, questo, dovuto alla in/capacità dell'osservatore nell'approfondire l'aspetto più intimo dell'immagine che Kertész ci suggerisce attirando l'attenzione su questo o quel particolare. In modo che ognuno trovi il proprio gusto nell'assaporare quell’attimo, quello spaccato di vita a modo proprio.
Non molto considerato oltreoceano, finirà col ritrarre tetti e camini del suo quartiere, affacciato a quella finestra del suo appartamento che diventerà sinonimo di una solitudine consumata tra la ricerca e la consapevolezza di una propria e forte autonomia.
Molto esaustiva di questa sua condizione finale il suo ultimissimo ritratto che disegna una figura umana dietro un vetro opaco intento ad osservare l’orizzonte di un mare increspato.
Senza mai eccedere, senza mai concedere nulla alla voglia di colpire ad ogni costo questa sua celatezza è stata la grande dote che lo ha reso quel Kertész di cui addirittura Henri Cartier-Bresson disse: "Tutto quello che abbiamo fatto, Lui l’ha fatto prima".




Marco Pieraccini

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