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lunedì 21 ottobre 2013

Anna & Eve - Viktoria Sorochinski






Viktoria Sorochinski lascia l’Unione Sovietica con i suoi genitori nel 1990 all' età 11 anni. Approda in Canada dove nel 2005 inizia a fotografare una bambina, che allora aveva 3 anni, e sua madre di 23, anche loro di origini russe. 














Questo progetto narrativo prosegue ancora oggi dopo otto anni, un attento lavoro di osservazione e interpretazione, cogliendo i vari passaggi della crescita di Eve e del suo rapporto con Anna.
















La Sorochinski racconta lo smarrimento di una madre, perennemente in bilico nel mondo che la circonda, e la curiosità, la forza magnetica di una bambina con gli occhi fissi verso l’orizzonte della sua esistenza.





La Sorochinski dimostra una maestria ineccepibile nel creare situazioni perfette, costruendo un ritratto intimo ed enigmatico della vita di questa famiglia. Atmosfere cupe e velate, colori intensi e una complicità di sguardi disarmante che raccontano silenziosamente quello che si nasconde dietro una semplice routine.










La macchina fotografica della Sorochinski si mantiene nell’ombra, rispettoso delle attrici in scena e della loro interpretazione autentica ed autobiografica. Una tensione costante tra realtà e finzione, inquietudine e meraviglia: un esperimento ben riuscito alla ricerca del profondo significato dell’identità umana in continua trasformazione.








 Selezionato da Francesco Gallo
Fonte: reggionline.com

martedì 25 giugno 2013

Ossessioni


Cos’è un’ ossessione? 
Se ricorriamo alle definizioni da dizionario possiamo estrapolare, in primo luogo, che essa è un fenomeno patologico che si impone ineluttabilmente ad un individuo come una rappresentazione mentale, la quale causa sentimenti di ansia. Per controllare tale sentimento di ansia una persona compie gesti rituali e determinati, che lo calmano solo apparentemente o comunque per breve tempo, in modo da non rimanere fissato su tali pensieri. Il fatto che l’ossessivo compia tali gesti per mitigare l’ansia presuppone la sua consapevolezza sulla base insensata delle sue idee, ma l’unica cosa che riesce a fare è attuare un rito, una cerimonia che probabilmente ha radici infantili- adolescenziali.

Il primo che mi viene in mente, essendo una scribacchina , è il Commissario Montalbano che ogni volta che deve parlare al telefono con il Signor Questore, inizia a ripetersi le tabelline per acquietare l’attesa di render conto alle Autorità del suo operato.

Se andiamo a cercare nei libri di psicologia, il comportamento ossessivo-compulsivo è diviso in sette ramificazioni specifiche, tutte collegate comunque al controllo della realtà e del mondo circostante. Ossessivi per igiene e batteri che si lavano mani fino a provocarsi lesioni; ossessivi sul controllo degli oggetti che contano e ricontano le cose che hanno intorno o che tutto sia lasciato proprio come era dieci minuti prima.





Ma a noi ciò interessa il giusto, dato che tali classificazioni sono forse un po’ vecchiotte per ciò che siamo diventati, per le ossessioni che nell'ultimo ventennio ci hanno invaso. Una nuova ossessione molto in voga e di cui anche io sono schiava è quella dell’informazione. Essere informati, sempre, costantemente. Sapere cosa succede nel mondo come se il nostro cuore non potesse battere e il nostro cervello lavorare senza sapere se in Turchia mietono il grano, oppure se in Pakistan le forze Onu hanno benzina. Metti caso scoppia una guerra? C'è un terremoto in Groelandia? La Russia decide di far guerra alle Isole Cayman?

E allora se passiamo troppo tempo nella natura, distaccati dai mezzi di comunicazione e informazione,respiriamo con maggior forza di quella che i nostri polmoni ci richiedono, con molta maggior forza dei disintossicati dal mondo virtuale. Compensiamo con i respiri le nostre ansie.

Ma tutto questo discorso si vuole solo avvinghiare all’ossessione nell’arte ed ai suoi effetti. Perché i comportamenti ossessivi nell’arte sono stati molteplici e non certo possiamo farli risalire alla definizione psicologica di disturbo ossessivo-compulsivo. Grazie a questi comportamenti ci è pervenuto un materiale immenso che i libri di arte classificano di solito sotto il nome di temi comuni, idee portanti, studi o ancor peggio di Serie.



Chi iniziò non si sa, ma mi piace ricordarvi l’ossessione di Michelangelo per il corpo umano maschile in movimento. Omosessuale latente e cristianissimo, studioso di anatomia, fino al giorno prima di morire ha scolpito e dipinto muscoli virili e volti. Oppure Raffaello che della Madonna con Bambino ne fece quaranta copie. Vogliamo poi parlare degli studi sulla luce del Caravaggio?

Ma facendo un salto di qualche secolo troviamo i girasoli di Van Gogh, le ninfee di Monet, l’urlo di Munch riprodotto cinquanta volte, gli squarci di Fontana e l’ossessione per la femminilità di Dalì.


Anche io ancora oggi torno su alcuni miei testi perfezionabili, perché l’idea che abbiamo visibile nella mente possa concretizzarsi in maniera anche violenta sulla tela, la pietra, la pagina, la carta fotografica.

Perché l’idea è una visione di una cosa meravigliosa, mai perfettibile, solo perfetta, ma noi umani per raggiungerla dobbiamo riprodurla, con sofferenza e determinazione, tante e tante di quelle volte solo per dargli un barlume, una somiglianza a quel qualcosa di impressionabile che ella è.



Maruska Nesti


lunedì 10 giugno 2013

Le opere soffrono la solitudine del maratoneta?



Ho sempre amato, negli inglesi, la capacità di distinguere nettamente la solitudine ricercata da quella subita e il saperlo fare sin dalla scelta del vocabolo con cui designarle.
Mi chiedo se non sarebbe più facile accettare la condizione potendola definire correttamente. Del resto, una parola nasce dalla consapevolezza e, in ultima istanza, da essa può partire la ricerca di una soluzione.

Le opere d'arte delle esposizioni tradizionali nei nostri musei sono sole per troppo tempo. Restano lì appese a prendere polvere per mesi, senza che la luce che le anima sia carpita da occhi interessati. Gli afflussi ai musei sono ben definiti da un grafico a gobba di cammello. All'inizio e alla fine di una mostra c'è sempre un picco di visitatori che immancabilmente crolla nei mesi centrali. Questo significa che per mesi le opere possono crucciarsi di sentirsi sole, nel mezzo di una maratona silenziosissima.
I dati forniti alla fine di una esposizione riportano sempre il numero di visitatori complessivo, mai la media giornaliera: analizzandola, spesso ci si renderebbe conto dello spreco. 

La logistica di una mostra è monumentale, così come i costi; quindi si cerca spesso di far succedere più date in sequenza, per rendere fruibile l'evento a un numero maggiore di visitatori. Si potrebbe migliorare, e di molto.

Una soluzione può essere la flash exhibition: le opere viaggiano continuamente e le tappe sono brevissime, al massimo un mese, ma anche meno. In questo modo, il visitatore ha la sensazione di appuntamento immancabile, di proposta attualissima e imperdibile: la maratona si fa corsa.
Nulla di frenetico; si annullano i pomeriggi fiacchi. 
Questa che sarebbe una possibilità conveniente per le grandi mostre, è di fatto una necessità imprescindibile per le esposizioni di giovani artisti. Così facendo le opere divengono parte di un percorso fluido, che permette una fruibilità e una visibilità maggiori. I giovani artisti spendono moltissimo tempo nella fase promozionale, a discapito della produzione di nuove opere, della condivisione di stimoli e ricezione di nuove tendenze. Liberarli dalla necessità continua di intercettare nuove piazze, inserendoli in un circuito efficiente e in continuo movimento, farebbe a loro e al pubblico un pregevole servizio.

Ho messo in pratica questa mia teoria: di recente ho curato una mostra per la quale ho previsto tempi di esposizione non superiori ai quindici giorni per location. Anche quando mi sono stati offerti spazi molto interessanti per periodi più lunghi, ho rifiutato, e sono certo che gli artisti che hanno partecipato hanno compreso e condiviso le mie ragioni. L'unico modo per realizzare un sistema di questo genere è appoggiarsi ai fermenti più attivi dell'arte contemporanea italiana. Mi riferisco alle associazioni sommerse, ai centri sociali autogestiti, agli eventi autopromossi, svincolati da quei formalismi e servilismi così infantili, nel loro continuo chiedere permesso e accattonare consensi. 
Coinvolgendo minuscoli e attivissimi collettivi, si può contare sul loro entusiasmo e su una rete fittissima che copre tutta la penisola. Le opere trovano una caldissima accoglienza, un pubblico motivato e allestitori meticolosi.

L'Italia vive artisticamente un periodo non differente dal post dittatura franchista della Spagna dei tristemente lontani anni Settanta. Se allora Almodòvar si divideva tra la regia e il palco su cui impugnava il microfono dall'alto di zeppe chilometriche, ora quel coraggio è un ricordo e una cicatrice. Il senso profondo della ribellione sembra sfogarsi in cinico nichilismo, in autolesionismo passivo. Fortunatamente c'è un sottopelle vibrante ed affamato.

Molte delle microgallerie domestiche languono sotto il volo famelico di avvoltoi, in attesa che l'ennesima bolletta da pagare faccia scattare uno sconto disperato. Alcuni pittori si rifugiano in casa, non aprono più a nessuno. Molti smettono, abbandonano, identificano l'arte con la parte di sé che non permette un inserimento conforme: sono creativo, quindi non troverò mai un lavoro. Tremendo. Rovesciata è anche peggio: smetto di far arte, mi accetteranno e pagherò le bollette. Sono quelli i nostri veri artisti e quasi nessuno sa o sospetta che esistano. Con fatica, porta dopo porta, sono andato a scovarne alcuni e, credetemi, il post dittatura italiana, almeno nell'arte, è una realtà.


Sandro Fracasso


mercoledì 12 dicembre 2012

Chiara Tocci: urlare sottovoce.


“ Per un vero fotografo una storia non è un indirizzo a cui recarsi con delle macchine sofisticate e filtri giusti. Una storia vuol dire leggere, studiare, prepararsi. Fotografare vuol dire cercare nelle cose quel che uno ha capito con la testa. La grande foto è l’immagine di un’idea “.



Queste sono le parole di Tiziano Terzani a riguardo della fotografia. La fotografia deve essere documento contemporaneo, deve contenere un messaggio, un momento che non si ripeterà più nella storia non deve e non può essere solo ricerca stilistica. 


Le fotografie della serie Life After Zog and Other Stories racchiudono in sè una ricerca stilistica armoniosa ed elegante oltre ad essere un’importante documento dell’era contemporanea. Chiara Tocci, giovane fotografa di origini pugliesi e neo mamma si è fatta la giusta domanda ed è riuscita a formulare una serie di risposte tradotte in immagini che ci permettono di entare nel quotidiano delle vite di moltissimi al Nord dellAlbania. La serie After Zog nasce dalla curiosità di capire il perchè ad inizio anni novanta un massiccio flusso di Albanesi lascia la propria terra e le proprie origini scappando da un futuro senza speranza verso qualcosa di altrettanto incerto. E proprio in quel frangente che la Tocci si è fatta la giusta domanda : “ Cosa e chi lascia dietro di sè questa gente disillusa e triste…? “

La risposta si è tradotta in un progetto in continua evoluzione che racconta di storie personali, di politica, di cultura e di limiti geografici. Storie affascinanti raccontate con eleganza e attenzione. Uno sguardo educato e mai fuori luogo che permette di vivere i colori e le vite di molti aldilà del mare. La Tocci riesce a raccontare in maniera estremamente dettagliata la solitudine, I limiti culturali e ambientali. Il suo sguardo si posa sui volti e sui dettagli in maniera attenta senza tralasciare nulla. Vincitrice dell’importante Premio Pesaresi nel 2010 questa serie è in continua evoluzione e si arricchisce di volta in volta di nuove potenti immagini. Immagini che sanno raccontare, spiegare, urlare sottovoce.


Francesco Gallo

giovedì 6 dicembre 2012

Gala e Dalì: di quei due.



Le biografie degli artisti, ma anche quelle dei personaggi storici, mi hanno sempre affascinata. 

In particolare l'Artista mi incuriosisce: ai personaggi storici gli si deve o il coraggio o l'errore d'azione, volendo semplificare, mentre l'artista ( pittore, fotografo o scrittore che sia)  ci dona la visione di un mondo, mondo comune che passa dai suoi occhi e si trasforma, e per  comprenderlo è necessario ricercare la fonte delle sue ispirazioni generali e particolari. 
Non so qualcosa tipo un movimento ideologico, una particolare congettura storica, la storia della sua famiglia, l'accettazione dei genitori, la derisione dei genitori, il discredito alla presentazione delle sue prime opere, alcune amicizie sbagliate, l'alcool, la paura della morte o delle malattie, la follia,l'idea innovativa, l' amore.



Di Salvador Dalì, della sua pittorica surreale sappiamo molto, ma molto di quello che lui ha fatto è stato condotto in tandem con sua moglie Gala.
Gala è il soprannome che le ha dato il suo primo marito, Paul Eluard, poeta francese tra i fondatori del Surrealismo, conosciuto in un sanatorio francese e da cui ebbe una figlia. Da quelle poche informazioni che si possono recuperare sul suo primo matrimonio possiamo dire che ogni tanto Eluard andava in crisi e se ne partiva, magari con un peschereccio per qualche mese, poi tornava sempre da lei, comunque. Ma Gala, Elena all'anagrafe russa, donna benestante e di buon gusto, che fu anche mecenate di molti artisti, frequentava il gruppo dei surrealisti e per molti di loro fu modella e ispiratrice. Molti surrealisti tra cui Breton e Man Ray poi la trattarono con disprezzo ritenendola un'opportunista.


Un giorno del 1929 Eluard, Gala, il regista Bunuel e altri amici partirono per la Catalogna, per fare visita ad un Salvador Dalì venticinquenne. Chi può dire cosa si dissero con le parole, gli sguardi e i corpi quella prima volta Gala e Dalì, fatto sta che lei lasciò a Parigi Eluard e la figlioletta e si trasferì da lui, sposandolo nel 1932.





Lei aveva undici anni più di lui e nelle prime foto che li ritraggono insieme 
questo salta all'occhio. 
Lui ha sempre detto che lei lo ha salvato dalla morte. I maligni invece sostengono che Gala fosse più madre e mecenate che moglie di lui.


Ma i fatti smentiscono perchè la loro è stata una folle passione, un incendio mai spento e molto perverso. Entrambi avevano storie extra-coniugali o relazioni a tre, la più famosa forse quella con Amanda Lear, lui adorava guardarla mentre faceva l'amore con altri uomini, lui ha avuto una relazione omosessuale con Federico Garcia Lorca, anche se i benpensanti non lo vogliono dire.
Tutto questo se non è sorretto dall'amore non è possibile. Solo una cosa che è mia come la mia pelle può essere donata per essere accarezzata, toccata, sapendo che rimarrà per sempre mia.





Dalì le ha donato il palcoscenico in molti suoi quadri. Il volto e il corpo di Gala sono quelli che ritroviamo in Galatea delle sfere, Madonna di Port Ligat, Dalí nudo in contemplazione davanti a cinque corpi regolari metarmorfizzati in corpuscoli, nei quali appare improvvisamente Leda di Leonardo cromosomatizzata nel viso di Gala, Galarina, e poi ci sono le loro fotografie che parlano di un uomo e una donna uniti finche morte non li separò.
























Maruska Nesti

martedì 28 febbraio 2012

Soma d'autore

Dimmi della realtà 
in modo così coerente
che io la faccia mia
una volta per tutte
te ne libererai


Gli autori di libri sono in costante aumento, di pari passo  i lettori calano. 
Con questa premessa, l'editoria è sempre di più un affare di testi prodotti a proprie spese. La strada principale di queste imprese editoriali è lastricata di premi inventati ad arte (premio letterario della lettiera d'oro, gran premio onorario di bagno di sopra etc.).

I vincitori, gonfiato l'italico petto, si frugano in tasca per dare alle stampe la loro prestigiosa produzione. Il ragionamento che va per la maggiore è: <<Ho vinto, sono il migliore, tutti lo devono sapere>>. Così le discariche si riempiono delle copie mai scartate di questi nuovi pluripremiati. I loro fortunati amici e parenti si ritrovano sul comodino prose imbarazzanti e storie spesso sconclusionate.<<L'hai letto? Splendido vero? Hai notato che ti cito a pagina 12, si dai, era il minimo: Dopo che abbiamo condiviso tutto,  farti partecipe della mia gloria immortale!>>.
Negli anni il numero di ore che dedichiamo alla lettura è decollato in virtù dell'uso di internet. Di pari passo la qualità di ciò che leggiamo è crollata. Deve essere subito assimilabile, pillole di concetti di pronta fruizione. Conseguenze immediate, ne sono: la morte della grammatica, dello stile, suicidio premeditato della punteggiatura e autolimitazione della frase a un pugno di parole, modulo all'inglese. Se i pensieri ora iniziano con congiunzioni, se le frasi finiscono con dodici punti interrogativi, o escalamativi, visto che il dubbio è solo una variante della certezza, lo dobbiamo agli strenui difensori del take away culturale. La lingua evolve e non puoi certo essere tu ad arrestarla. Premesso che non è che si frema dal desiderio di essere travolti dal treno in corsa dell'ignoranza, cosa ci stanno a fare sulla terra quei quattro disperati che oltre a saper pensare, sanno ancora scrivere? Si potrebbe azzardare che meditino di darsi agli stucchi veneziani. Al contrario è la cosiddetta onda perfetta da cavalcare. Un paio di apparizioni televisive e il peggio del peggio è best seller. Del centinaio di libri che insulto ogni anno, molti sono italiani. Ci telefonano questi autori o parlano dalla doccia, di certo non scrivono, non a cervelli intelligenti. Al liceo c'era sempre quel compito di latino di metà febbraio che proponeva una versione di Tacito, non Cesare, macchè Plinio, no proprio Tacito. Il massimo piacere non era tanto il buon voto, quanto il disinnescare l'elegante struttura che racchiudeva, spessissimo, massime esaltanti per la formazione di giovani escursionisti del sapere. Chi ha una dote ha anche una responsabilità nei confronti degli altri. Chi ne ha due è condannato. Allora iniziate a scrivere, rileggetevi fatevi leggere, confrontatevi e poi riprendete, da capo. Quando avete una buona idea con il difetto di essere complessa, ricordate che non sempre la si può esprimere in modo facile. Non vi capiranno molti facilisti, quelli che recitano: <<se t'è ben chiaro lo devi poter spiegare anche a tua nonna>>, vanno ammaestrati al favoloso universo post nonna. Al di là delle massime da bar e del semplice ad ogni costo, ci sono le storie che non siamo riusciti a vivere, le persone che proprio non capiamo, le vicende che ti lasciano il desiderio di riavvolgerle, di riascoltarle. È per loro che si scrive, per loro e per noi stessi, che così tanto sappiamo amare lo scritto, che ci siamo dimenticati la fatica che si fa per contenerlo. Questa sensazione non si traduca in testi autoreferenziali e privi di connessione con l'umano. Le parole sono una forma di comunicazione, al di là di suono e sintassi; rendiamogliela dura ai semplicisti, con quella pedante cura del dettaglio, che solo chi sa di non aver tempo per riscrivere due concetti semplici per esprimerne uno complesso, sa scovare. Siate spietati con chi si prende gioco del vostro tempo e della vostra intelligenza; sanno che ci sono rime che funzionano sempre. Che funzionavano, mi sento di rispondere.

Sandro Fracasso
Img: Irving Penn

lunedì 13 febbraio 2012

Agli inglesi piace al sangue



Contrapposizione tra tre grandi pittori contemporanei

Ovviamente non potevo che appassionarmi a questo genere di pitture, confrontando questi 3 grandi artisti “londinesi” che attraverso l'uso di una pennellata corposa e fluida ci restituiscono dei tranci di carne umana spiattellati su un piatto, ma così freschi e teneri da sembrare ancora “vivi”. Analizzando la resa delle carni nelle opere di Lucian Freud, Francis Bacon e Jenny Saville, ci rendiamo subito conto come siano riusciti ad aprire una nuova visione nella pittura “tradizionale”, restando cardine principale e ispirazione per gli artisti a venire.

Nei dipinti di Lucian Freud troviamo modelli nudi appoggiati in ogni angolo del suo studio, tra drappi di tessuto intriso di colore e numeri di telefono sui muri corrosi dall'umidità. Con la sua pittura, Freud, cerca di far riaffiorare attraverso la resa della pelle, la natura dei personaggi ritratti: le loro ansie e le loro paure. Ogni dipinto cerca di sedurre, ma allo stesso tempo, di disturbare. Infatti, seppure i modelli sono solitamente nudi e ripresi da precise angolature, non c'è traccia di erotismo in questo. Nel dipinto “And the Bridegroom” in cui si vede una giovane coppia che giace su un letto l'uno al fianco dell'altra (Leight Bovery, artista e performer australiano, e la sua compagna Nicola Bateman), i toni della pelle ci rifondono la delicatezza e morbidezza del corpo della donna in contrasto con l' imponenza e il colore scuro della pelle dell'uomo. Soprattutto i ritratti maschili ci restituiscono quel grado di verità: “...La verità contiene un elemento di rivelazione. Se una cosa è vera, fa un qualcosa in più che impressionare per il solo fatto di 'essere così'” (L. Freud). Così i suoi modelli si offrono alla nostra vista con la naturalezza del loro sesso scoperto senza pretese erotiche. Il realismo è portato all'esasperazione, ma non siamo di fronte ad una pennellata rimuginata e piatta, bensì a tracce veloci di colore, colpi assestati proprio nei punti giusti così da farci scoprire tutte le sottigliezze della pelle, fino, quasi, a farci percepire i vasi sanguigni che si celano sotto.
Contemporaneo di Freud, Francis Bacon preferisce scorticare lembi di pelle, separare minuziosamente tutte le parti anatomiche fino a stravolgere la natura dell'uomo. Se consideriamo tutto ciò che contorna  l'artista in quegli anni e l'incredibile quantità di carte, stracci, colori, fogli di giornali, riviste, foto che stavano dentro il suo studio quasi a renderlo un ambiente invivibile, stupisce come i suoi dipinti presentino delle campiture regolari con colori stesi omogeneamente e righe che delineano lo spazio dove si sistemano i personaggi. È proprio vero che ognuno riesce a trovare un ordine nel suo disordine. Ma se tutto il contesto è reso statico ed immobile, proprio i personaggi presentano quella sorta di mutazione continua della pelle, dove pennellate dense si introducono con forte violenza sull'anatomia del corpo fino a trasformarli in dei mostri amorfi. Lo studio per il trittico della crocifissione, presenta addirittura delle forme di carne e pelle grigiastra, il cui solo collegamento con l'uomo sta nelle bocche, tese in atteggiamenti di sofferenza congiunta.
Allo stesso modo di Freud, che era solito utilizzare diversi modelli da ritrarre nel suo studio, Bacon riporta figure e personaggi che sono elementi essenziali della sua vita sociale, riproducendoli  spesso in atteggiamenti quotidiani e consueti. La forma anatomica distorta di Bacon riprende molto dalle pitture cubiste di Picasso, ma la pennellata rispetto al contemporaneo pittore londinese è appiattita e solitamente assente nella sua forma. È soprattutto l'intervallare tracce di colore con profondi neri a dare strane profondità e cavità in diverse parti della pelle.

Prendendo un po' dall'uno, un po' dall'altro, Jenny Saville propone una diversa figurazione, che indaga tanto il realismo contemporaneo, ma i suoi personaggi sono soprattutto grovigli di corpi e figure contuse ed emaciate. Così, se con Freud la pelle copriva le vene e la carne sottostante, e con Bacon abbiamo uno storpiamento ed implosione/esplosione del corpo, la Saville ci restituisce quello che rimane dell'uomo quando il sangue defluisce fuori, quando questo modifica il suo corpo fino a divenire qualcos'altro. Il martirio della carne viene utilizzato dalla pittrice come pretesto per lavorare sulla materia e sul colore. Il realismo e la violenza di queste figure sfocia  presto nella trasformazione del corpo, ma non storpiandolo del tutto come faceva Bacon, bensì modificandolo nell'essere, riproducendo dei modelli di transessuali, “forme” impensabili fino ad una trentina d'anni fa: ecco che questi personaggi diventano il frutto della nuova icona contemporanea, di un nuovo essere che racchiude in sé due sessi. E chi può dire se siano meglio o peggio?

La pennellata della Saville è fresca, veloce, ampia in molti punti, minuziosa solo nei piccoli e importanti dettagli, come gli occhi. Non c'è un'elaborazione dello spazio, è il corpo del soggetto a crearlo e a riempirlo come meglio può. Ma questo è anche logico, perchè l'artista preferisce lavorare sull'essenza della carne, restituirci il carattere della pelle con colpi di grosse pennellesse intrise di colore.


Potrebbero mai questi artisti lavorare su dei paesaggi con la stessa forza e intensità? Ecco perchè alcuni nascono con certi istinti difficili da soffocare in altro modo. Per tutti e tre gli artisti inglesi è quindi vitale l'elaborazione del colore delle carni, della pelle, dei toni di questa che mutano con il mutare del soggetto e del suo sesso. Ma è come questa carne viene dipinta, come ci viene restituita, senza troppi fronzoli, senza troppe “leccatine” sulle pennellate, senza indugi, e servita quindi come una bella bistecca fiorentina: al sangue!!!
Rafael Vindigni
Img.:L. Freud, F. Bacon, J, Saville

lunedì 2 gennaio 2012

Chris Anthony - Venice




Acqua benefica, acqua fonte di vita eppure di morte.
Acqua che arriva inaspettata, ti avvolge, si adatta, ti trascina. Ti soffoca. 


Uno stile quello di Chris Anthony cupo e tenebroso, un utilizzo dei colori degno dei migliori film di Tim Burton. Belle le immagini di “Venice”, serie che traendo ispirazione da Venezia, ritrae una umanità in bilico tra terraferma e acqua. Avvolta da un mare grigio e infinito che si confonde con cielo e nubi. Una umanità abituata a svolgere le sue normali attività seppure invasa dall'acqua. 

Ogni immagine della serie è il frammento di una favola senza lieto fine, una favola che racconta paura e speranza: una coppia che si bacia circondata dal mare, una donna che emerge dalle acque vestita e truccata di tuttopunto. La capacità di adattamento della razza umana a tutte le situazioni. La sfida della vita che ogni giorno siamo chiamati ad affrontare.

Ecco la razza umana, una civiltà di bizzarri superstiti. Tra solitudine e voglia di vivere, attraverso paesaggi apocalittici, in cui la fragilità dell'essere sembra giocare con la furia del mare, buffi individui che si fanno largo, giocano, ballano tra le onde indossando maschere e calze a righe. La teatralità delle immagini dà vita ad una visione unica.
Le muse e i modelli, Emily Deschanel, Jacinda Barrett, Mercedes Helnwein, Gerard & Lindsey Way, abitano un mondo affondato nel quale le maree convergono con la finzione.
Un modo interessante di riflettere sulla possibile fine della razza umana.


Francesco Gallo
IMG: [Chris Antony]

lunedì 29 agosto 2011

Forgiami un artista per venerdì alla chiusura



Chi resta sulla barca
vede in ogni approdo
solo un'isola
quando è un continente
chi scende pensandolo
prende tempo
poi saluta il proprio


La manifattura rende l'uomo diverso dall'animale, l'uso di oggetti di derivazione molteplice e la ricca ridistribuzione del senso del necessario creano il superfluo: l'arte vi appartiene? Quando si quota un quadro (specie in periodi di crisi) al costante rialzo, si attribuisce a un bene non fruibile un senso materiale, un valore monetizzabile carico di profondo ottimismo. Picasso è un cattivo investimento è altissimo e anche se sale lo fa poco e per gradi, non sarà mai come l'oro. Qual è l'argento di questi anni a rischio? Dove si combinano il valore commerciale, l'arte e la soddisfazione del pubblico? Su questo punto combattono i nuovi predoni dell'arte giovanile, nessuna purezza chi produce arte spera di monetizzarla, anche il pù umile accetterebbe di buon grado di viverne. Non ci sono concerti di scultori, ci sono stati quelli di poeti, ora no, adesso dobbiamo sorbirci le vaghezze di travagli on the road, tu di che pigmalione sei, a quale stock appartieni. Opzioni senza controvaluta, chiaro non v'è un primato di una forma artistica, ma questi sono anni difficili, tremendi, non meno dei trascorsi settanta, dove sono gli artisti scomodi e ottimisti? Anni di parossistico lavoro han trasformato il sogno in una sequela di sdoganabile piattume, prima di scrivere consulto il mio ufficio legale, poi la santona, infine cambio numero di cellulare. Cosa è creare in un periodo di crisi se non scoprire costantemente che si è i ritardo con la splendida intuizione che si è avuta, in debito con la memoria e soprattutto con chi ci crede in piena ciclicità. Qui a rigore si dovrebbe iniziare con le citazioni per dare la prova di sapere il fatto proprio, di essere pronti a sostenere il carico del pensiero delle amebe; chi si arrabatta tra una Gibson scordata e pesanti tassi glicemici mi confonde con un decollo.
Proviamo con un esempio: scolpire nudi è sensazionalmente onesto. Frase anni ottanta novanta roboante e artificiale, il cervello l'interpreta prima che il corpo possa anche solo provare a pensarci. Come quando vedete qualcuno che vi piace, odorecorpomovenze. Poi si mette di mezzo la testa: non posso farcela e non ci provo! E il corpo resta lì, a metà, affamato.
Scopire nudi il legno è un conturbante mix di euforia sudore e rischio. Con quelle schegge che volano c'è da stare attenti, poi si sa quando si ha la sensazione di libertà che sconfina in liberismo, allora si bisogna stare attenti, è la volta che ci si fa male. È così pericoloso farsi male? Noi generazione di poli-etcetc siamo sempre più tutelabili, ma cosa significa rischiare qualcosa quando si ha tutto per cui non farlo? Non è forse questo il senso perverso dell'arte fine a sé stessa? Bene questa forma di arte latita da tempo. Chi la produce la cerca come un banco al mercato del proprio stordimento, chi ce l'ha la riproduce come un set di arredo bagno: vuoi un cat blu? Vedo ora è nella piana a far scorta di soppressa, se lo becchi a Central Park magari gliela butti lì.
Bon io vado a farmi mettere i punti.


Sandro Fracasso