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martedì 25 giugno 2013

Ossessioni


Cos’è un’ ossessione? 
Se ricorriamo alle definizioni da dizionario possiamo estrapolare, in primo luogo, che essa è un fenomeno patologico che si impone ineluttabilmente ad un individuo come una rappresentazione mentale, la quale causa sentimenti di ansia. Per controllare tale sentimento di ansia una persona compie gesti rituali e determinati, che lo calmano solo apparentemente o comunque per breve tempo, in modo da non rimanere fissato su tali pensieri. Il fatto che l’ossessivo compia tali gesti per mitigare l’ansia presuppone la sua consapevolezza sulla base insensata delle sue idee, ma l’unica cosa che riesce a fare è attuare un rito, una cerimonia che probabilmente ha radici infantili- adolescenziali.

Il primo che mi viene in mente, essendo una scribacchina , è il Commissario Montalbano che ogni volta che deve parlare al telefono con il Signor Questore, inizia a ripetersi le tabelline per acquietare l’attesa di render conto alle Autorità del suo operato.

Se andiamo a cercare nei libri di psicologia, il comportamento ossessivo-compulsivo è diviso in sette ramificazioni specifiche, tutte collegate comunque al controllo della realtà e del mondo circostante. Ossessivi per igiene e batteri che si lavano mani fino a provocarsi lesioni; ossessivi sul controllo degli oggetti che contano e ricontano le cose che hanno intorno o che tutto sia lasciato proprio come era dieci minuti prima.





Ma a noi ciò interessa il giusto, dato che tali classificazioni sono forse un po’ vecchiotte per ciò che siamo diventati, per le ossessioni che nell'ultimo ventennio ci hanno invaso. Una nuova ossessione molto in voga e di cui anche io sono schiava è quella dell’informazione. Essere informati, sempre, costantemente. Sapere cosa succede nel mondo come se il nostro cuore non potesse battere e il nostro cervello lavorare senza sapere se in Turchia mietono il grano, oppure se in Pakistan le forze Onu hanno benzina. Metti caso scoppia una guerra? C'è un terremoto in Groelandia? La Russia decide di far guerra alle Isole Cayman?

E allora se passiamo troppo tempo nella natura, distaccati dai mezzi di comunicazione e informazione,respiriamo con maggior forza di quella che i nostri polmoni ci richiedono, con molta maggior forza dei disintossicati dal mondo virtuale. Compensiamo con i respiri le nostre ansie.

Ma tutto questo discorso si vuole solo avvinghiare all’ossessione nell’arte ed ai suoi effetti. Perché i comportamenti ossessivi nell’arte sono stati molteplici e non certo possiamo farli risalire alla definizione psicologica di disturbo ossessivo-compulsivo. Grazie a questi comportamenti ci è pervenuto un materiale immenso che i libri di arte classificano di solito sotto il nome di temi comuni, idee portanti, studi o ancor peggio di Serie.



Chi iniziò non si sa, ma mi piace ricordarvi l’ossessione di Michelangelo per il corpo umano maschile in movimento. Omosessuale latente e cristianissimo, studioso di anatomia, fino al giorno prima di morire ha scolpito e dipinto muscoli virili e volti. Oppure Raffaello che della Madonna con Bambino ne fece quaranta copie. Vogliamo poi parlare degli studi sulla luce del Caravaggio?

Ma facendo un salto di qualche secolo troviamo i girasoli di Van Gogh, le ninfee di Monet, l’urlo di Munch riprodotto cinquanta volte, gli squarci di Fontana e l’ossessione per la femminilità di Dalì.


Anche io ancora oggi torno su alcuni miei testi perfezionabili, perché l’idea che abbiamo visibile nella mente possa concretizzarsi in maniera anche violenta sulla tela, la pietra, la pagina, la carta fotografica.

Perché l’idea è una visione di una cosa meravigliosa, mai perfettibile, solo perfetta, ma noi umani per raggiungerla dobbiamo riprodurla, con sofferenza e determinazione, tante e tante di quelle volte solo per dargli un barlume, una somiglianza a quel qualcosa di impressionabile che ella è.



Maruska Nesti


martedì 28 agosto 2012

Testarda





Sembra proprio che questa notte dovrò dormire da sola.  
La mia camera è impraticabile. L’ondata di rabbia delle tre del pomeriggio ha lasciato il letto inutilizzabile. Centinaia di foto ridotte a brandelli ricoprono lenzuola e cuscino e il sollievo non è stato poi così dirompente come speravo. Adesso sono lì, giacciono nella calura d’agosto come pezzi di un puzzle che neanche volendo si può ricostruire, ci vorrebbero mesi e ci sono così tante altre cose da fare. Di buttare via tutto per ora non mi viene voglia, alla fine è uno spettacolo così affascinante, una riproduzione concreta del mio cuore. 

L’aperitivo con Sandra è andato come doveva andare. Tre ore a parlare dei progetti futuri e ogni tanto mi veniva da ridere pensando che ancora siamo qui a progettare cambiamenti epocali e siamo già giunte alla soglia dei quaranta. Specchi inversi delle nostre provinciali madri.

Due mesi fa, dei ladri hanno svaligiato la villetta adiacente alla nostra. 
Mio fratello, suggestionabile e pavido com’è, ha contattato subito un’allarmista e dopo sei giorni avevamo un rumorosissimo impianto d’allarme che ci avrebbe protetto da questa sventura. “Soprattutto tu, sorellina, dovresti essere più al sicuro, non credo che ti lascerebbero dormire, voi donne siete sempre troppo indifese.” Bè se lo dice lui!  Non che abbia torto, ma io odio cambiare le mie abitudini. Un giro di chiavi e via, poteva bastare e poi buona fortuna!

Mio fratello è partito finalmente per un paio di giorni. Sono sola e infatti ho potuto tenere lo stereo acceso al massimo, ho fatto la doccia con la porta aperta, ho stracciato pezzi di passato, ho pianto forte dopo giorni di pianto sommesso e soprattutto ho mangiato quando avevo fame, che con lui non è possibile, perché “nella vita ci sono riti che hanno un orario preciso”. Immagino che con la sua ragazza scopi solo quando vanno a letto per dormire, mai al mattino.  Sono strani i riti.


Sono le due di notte e dalla finestra del salotto entrano sottili fili di vento ancora troppo caldo. Sto sdraiata nuda sul divano, anche dormire nuda è una cosa che non faccio più da troppo tempo. L’allarme non l’ho attivato, io non le cambio le mie abitudini. La televisione chiacchiera di fronte a me e il sonno scende a spengere il frullio inquieto della mente.  Mi risveglio che è ancora notte. Prendo il telefono le quattro e dodici, nessun messaggio, nessuna chiamata persa.  Ho voglia di fare l’amore. Cos’è che ho sognato che mi ha lasciato così l’ho già dimenticato. Stringo le gambe per non sentire la voglia. Poi mi alzo bevo un po’ d’acqua e sì, c’è un’altra cosa che non faccio da tanto tempo: masturbarmi. Non che mi sia mai piaciuto tanto farlo, ma credo che non potrei riaddormentarmi. Il divano è troppo caldo. Una volta lo facevo in bagno. Mi alzo e mi dirigo verso il bagno. Accendo la luce, mi guardo allo specchio accarezzandomi dal collo al pube. Come sono diverse le mie mani dalle sue. Cado a terra con i suoi occhi che sembrano lì a dieci centimetri da me. Li riapro mentre continuo ad accarezzarmi e vedo i trucchi e le confezioni di detersivo poggiate sulla lavatrice. Gli sportelli del mobiletto discosti. Mi alzo. Ecco cosa non mi piace della masturbazione, ha il potere di farmi sentire stupida e debole e sola. Lasciamo perdere, non sono proprio capace. 
Torno sul divano, spengo la luce e chiudo gli occhi. Ma io non ho lasciato il bagno in quel modo, i trucchi e i detersivi cosa ci fanno sulla lavatrice?
Mi alzo, giro per le sei stanze del primo piano, non c’è nessuno, ma il disordine è ovunque. I vestiti fuori dagli armadi, i cassetti dei comodini aperti. I miei libri spostati. Mi affaccio sulla tromba delle scale e chiedo : “ C’è nessuno?” Piano, poi più forte, poi urlo: “C’è nessuno? E’ brutta testa di cazzo che credi di farmi paura! Dai vieni, stronzo!”.  La luce delle scale viene accesa. Ecco ora ho paura e poi in questa casa nessuna stanza ha le chiavi, l’unica è il bagno grande. Sento i passi, sono pesanti, fanno un rumore sordo. I gradini sono ventiquattro in due rampe, quante volte l’ho contati da piccola. Corro in bagno, mi tremano le mani, chiudo la porta, lui è già arrivato al piano.  Mi appoggio con tutto il peso alla porta, cerco di girare la chiave, ma la chiave non gira. Non vuole saperne di girare. 

Lui abbassa la maniglia ed entra.


Maruska Nesti
Img:  Nobuyoshi Araki - Le donne di Araki


sabato 19 maggio 2012

19 Maggio 2012

E' successa una cosa grave, oggi. Disgustosa, terribile. Ignobile.

Che sia colpa di chi si voglia, della maledetta Mafia che ha pietà solo per i suoi figli e che non conosce altra vita oltre la propria, che sia colpa di un pazzo che voleva emulare l'infernale Breivik di Utoya, che sia colpa di un narcolettico innamorato o di ragazzini alla ricerca di un futuro emotivo da conservare in imbecillità. Oppure di anarchici che hanno perso ormai ogni obbiettivo tra gli obbiettivi che potrebbero avere.
Della Mafia disgustosa che usa il sangue per impoverire il coraggio di alzarsi ogni giorno e vivere di onestà, di similitudine tra gli esseri, di dignità.

Di chi si voglia sia la colpa! Una bomba di fronte ad una scuola è qualcosa che va contro la civiltà, la vita stessa in primis,l'educazione, la progenie, il Futuro. 


Avete paura Voi, degli adulti di domani, coraggiosi e dignitosi, non MAI ne avremo noi di voi.
E' successa una cosa, oggi, che i nostri occhi di trentenni italiani hanno visto succedere ed erompergli il cuore già a dieci, dodici, quindici anni. Gli adulti erano già sfatati da anni di malpolitica e sono riusciti a metabolizzare tutti gli eventi meglio e più cinicamente di noi. Noi eravamo bambini che nel giorno della comunione o della cresima, perchè il mese di maggio è quello delle comunioni , delle cresime, delle nascite vegetali,  della natura sovvertita a nascita della fede, quei fiori colorati nei verdi prati. 
Noi eravamo svegli, noi c'eravamo.  E non possiamo dimenticare l'asfalto divelto di Capaci, non possiamo scordare le ossa nei crepacci degli Uomini, sì loro, non certo voi. Firenze, Roma, Palermo sempre lì.  Le vie ce le ricordiamo tutte, Noi.
Uomini di Parola, quella giusta, Uomini che non si sentivano minacciati neanche dalle vostre pistole, dal vostro gas, dalla vostra dinamite. Perchè gli uomini retti sono retti in quanto vanno dritti, scavalcano le dune, ma non si spostano, non cambiano strada, non hanno paura come voi che mettete le bombe, uccidete dalla paura che avete del Futuro. Quei ragazzini hanno fatto come loro oggi, che è anche sabato, hanno camminato dritto fino alla scuola, magari avevano studiato o temevano un compito, magari quella povera ragazzina, Melissa, voleva vedere qualcuno, sorridere alle amiche, sperare in una domenica senza troppi compiti, cenare fuori,magari era innamorata, magari no, o voleva godersi queste sere di luce arancione allungate fino alle nove.
Niente può riassumere una vita.
Voi siete riassumibili in una parola: viltà.
Viltà perchè non vi firmate, perchè nemmeno dopo decenni i vostri pentiti diranno chi è stato e se sarà stato. Voi non vi consegnate in preda ai sensi di colpa alla Giustizia. Voi no. Baciate i vostri figli, accarezzate le vostre mogli, i vostri mariti, dormite, mangiate, scopate come se niente fosse.

E la rabbia sale, la nostra di cittadini a cui vengono mangiati i figli.Per quale motivo? Per soldi. Per potere. Che noi abbiamo nel cuore, il nostro vero potere.Menomale. Meno male di quello che ci fate voi.

Ma noi non smetteremo di fare figli, di digrignarvi i denti, di provare a parlarvi per farvi capire, che un altro mondo è possibile. Un mondo in cui oggi voi come noi sareste inorriditi all'idea che qualcuno uccida una ragazzina.



M.Nesti

martedì 28 febbraio 2012

Soma d'autore

Dimmi della realtà 
in modo così coerente
che io la faccia mia
una volta per tutte
te ne libererai


Gli autori di libri sono in costante aumento, di pari passo  i lettori calano. 
Con questa premessa, l'editoria è sempre di più un affare di testi prodotti a proprie spese. La strada principale di queste imprese editoriali è lastricata di premi inventati ad arte (premio letterario della lettiera d'oro, gran premio onorario di bagno di sopra etc.).

I vincitori, gonfiato l'italico petto, si frugano in tasca per dare alle stampe la loro prestigiosa produzione. Il ragionamento che va per la maggiore è: <<Ho vinto, sono il migliore, tutti lo devono sapere>>. Così le discariche si riempiono delle copie mai scartate di questi nuovi pluripremiati. I loro fortunati amici e parenti si ritrovano sul comodino prose imbarazzanti e storie spesso sconclusionate.<<L'hai letto? Splendido vero? Hai notato che ti cito a pagina 12, si dai, era il minimo: Dopo che abbiamo condiviso tutto,  farti partecipe della mia gloria immortale!>>.
Negli anni il numero di ore che dedichiamo alla lettura è decollato in virtù dell'uso di internet. Di pari passo la qualità di ciò che leggiamo è crollata. Deve essere subito assimilabile, pillole di concetti di pronta fruizione. Conseguenze immediate, ne sono: la morte della grammatica, dello stile, suicidio premeditato della punteggiatura e autolimitazione della frase a un pugno di parole, modulo all'inglese. Se i pensieri ora iniziano con congiunzioni, se le frasi finiscono con dodici punti interrogativi, o escalamativi, visto che il dubbio è solo una variante della certezza, lo dobbiamo agli strenui difensori del take away culturale. La lingua evolve e non puoi certo essere tu ad arrestarla. Premesso che non è che si frema dal desiderio di essere travolti dal treno in corsa dell'ignoranza, cosa ci stanno a fare sulla terra quei quattro disperati che oltre a saper pensare, sanno ancora scrivere? Si potrebbe azzardare che meditino di darsi agli stucchi veneziani. Al contrario è la cosiddetta onda perfetta da cavalcare. Un paio di apparizioni televisive e il peggio del peggio è best seller. Del centinaio di libri che insulto ogni anno, molti sono italiani. Ci telefonano questi autori o parlano dalla doccia, di certo non scrivono, non a cervelli intelligenti. Al liceo c'era sempre quel compito di latino di metà febbraio che proponeva una versione di Tacito, non Cesare, macchè Plinio, no proprio Tacito. Il massimo piacere non era tanto il buon voto, quanto il disinnescare l'elegante struttura che racchiudeva, spessissimo, massime esaltanti per la formazione di giovani escursionisti del sapere. Chi ha una dote ha anche una responsabilità nei confronti degli altri. Chi ne ha due è condannato. Allora iniziate a scrivere, rileggetevi fatevi leggere, confrontatevi e poi riprendete, da capo. Quando avete una buona idea con il difetto di essere complessa, ricordate che non sempre la si può esprimere in modo facile. Non vi capiranno molti facilisti, quelli che recitano: <<se t'è ben chiaro lo devi poter spiegare anche a tua nonna>>, vanno ammaestrati al favoloso universo post nonna. Al di là delle massime da bar e del semplice ad ogni costo, ci sono le storie che non siamo riusciti a vivere, le persone che proprio non capiamo, le vicende che ti lasciano il desiderio di riavvolgerle, di riascoltarle. È per loro che si scrive, per loro e per noi stessi, che così tanto sappiamo amare lo scritto, che ci siamo dimenticati la fatica che si fa per contenerlo. Questa sensazione non si traduca in testi autoreferenziali e privi di connessione con l'umano. Le parole sono una forma di comunicazione, al di là di suono e sintassi; rendiamogliela dura ai semplicisti, con quella pedante cura del dettaglio, che solo chi sa di non aver tempo per riscrivere due concetti semplici per esprimerne uno complesso, sa scovare. Siate spietati con chi si prende gioco del vostro tempo e della vostra intelligenza; sanno che ci sono rime che funzionano sempre. Che funzionavano, mi sento di rispondere.

Sandro Fracasso
Img: Irving Penn

lunedì 28 novembre 2011

Su fili di rasoio


Le nostre notti sono rane gravide,
molluschi viscidi su scogli inquinati
da una postura che appartiene
ai distretti industriali
di una Londra tardo ottocentesca.
Siamo sporchi di fuliggine, sieropositivi,
camaleonti del niente in cui ci infrattiamo.
Abbiamo un senso solo non avendolo.
Premiamo forte sui nostri pedali,
con un solo piede come storpi colpevoli
della propria deformazione.
E parliamo arabo, siamese, brasiliano, italiano
cileno, cingalese, russo e un perfetto inglese,
ma continuiamo a perderci nelle nostre stanze ventilate;
come cappelli riempiamo armadi selezionati,
come feti allarghiamo vulve, squarciando.
Siamo il nero, quello che i mitomani chiamano satana.
Siamo persi in una diaspora,
camminiamo e mai arriviamo.
Siamo i freak, le anime brutte, i mai raccontati.
Soprattutto i mai raccontati.
Siamo la maggior parte degli uomini che attualmente popolano la terra.

North Carolina - E. Erwitt

Maruska Nesti

sabato 14 maggio 2011

# 1


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Lettori,
cari.
Cari poi! Neanche vi conosco, né in cuor mio vorrei conoscervi. Sono abbastanza misantropa da vivere bene con sei relazioni amicali a intervalli anche radi. Non che odi gli altri, no. Sia mai. Li rispetto io, gli altri. Va tanto di moda oggigiorno rispettare gli altri! I diversi. Vi assicuro che voi in confronto a me siete proprio diversi. Sarà per questo che soffro di dolori al fegato, la bile accumulata del rispetto. Ma, a parte ciò, accetto di iniziare questa rubrica -ancora non si sa bene se settimanale o meno- e accetto di darvi i miei occhi per vedere questo mondo che si involve in un bell’aborto di senso.
Decido seduta stante di parlarvi di ciò che più mi dà fastidio: i bambini. Questi esseri che non si sa in quale dimensione vivono, questi esseri che commuovono ogni vivente umano e in special modo le donne, che non si sa come mai si sentono geneticamente sensibili alle frignate e alle guancette rosee, nonché alla crescita delle ossa e alla regolarità intestinale.
Beh! Io ho avuto due figli e quando se ne sono andati da casa -fin troppo adulti- mi sono bevuta due bottiglie di falanghina a sera per una settimana. I figli sono insopportabili, ti rubano tutto: tempo, idee, silenzio, sesso. Ciò che ti dà vita.
Approfondiremo.
Buoni giorni.

Giannetta e Giannetta.
(la prima sono io, la seconda è il mio bastone senza cui, purtroppo, non cammino)


IMG: F. Woodman

venerdì 1 aprile 2011

L’inganno delle passioni: i tre veleni

Come una piega di rame, come una gota d’immobile in movimento da destra a sinistra lo schiaffo. Come porgerti un’altra scappatoia. Come il gocciolar delle dita sulla presa e il dorso..appena arreso. Impressa. A precipitar da questo infinito sul cemento appena armato dei tuoi occhi. L’ordine di rimanere con due braccia due gambe e la testa a fingere un’impronta. Così delineata d’essenziale, così raccomandata dalle Sue mani, fui motivata dalla mia mente a credermi distorta come un’ombra sulla parete. Ho desiderato. Così brevemente ancor simile alla roccia. Stretta e mai mossa, ho percepito i tuoi occhi come una rivolta. Scossa dai luoghi cosi estranei a quei volti, fui spinta infine ai margini del foglio. E ho sentito con queste dita la rabbia allargare le mie ossa all’ultimo respiro prima di saltarti alla gola.
Credo piovve per diverse ore. Le pareti si dipinsero di blu notte, cessarono le attività tutto intorno, finirono anche le parole e la voce si fece sottile, come il suono di una matita su carta. Tagliando corto sul totale, la linea divise i feriti dai morti e dai dispersi, lasciando le mie gambe dondolare sul ponte di blackfriers.
Ignorare fu l’errore. Queste distorsioni che ti rendevano migliore. Il movimento del caffè dentro il vetro leggermente macchiato, il suono all’azione, le pozze d’acqua, il silenzio della notte, l’attrito di una mano, la pelle che non vuole dimenticare, il sapore di un arrivederci, il colore degli occhi davanti allo specchio, l’espressione del tempo, la vicinanza delle labbra, il rumore del dissenso, il lento scivolare di un mi minore e ancora il suo precipitare dentro un assolo. Come fuggire lo sguardo quando il giallo acceca la vista e ancor prima la mente ne confonde la forma. Così, a ritroso galleggiare, fingendomi morta per non affogare, quando non hai più la percezione di quanto vicine o lontane siano le braccia di tua madre. Preme. Me lo disse il dottore. D’immonde pance gonfie, tutto intorno, un girotondo di pezze armate contro il mio urlare senza voce. Me lo disse il sacerdote, chiamato sul fronte, che la guerra non produsse morti, solo deformi. Molti assenti giustificarono la fuga, fu un ritardo del treno, un grattacapo di colpe. Una dichiarazione di ossa, a ricomporre, mi ritrovai con un femore nel braccio. A rimproverare le ore, di un mutevole , lento, incondizionato amore.



Stefania Rubeo

mercoledì 23 marzo 2011

Notti



Le gambe calpestano il Congo nei giorni dell’indifferenza,
la fame è una piaga da curare con un anestetico da parafarmacia.
Sulla sabbia arrivano e restano pentole, capelli, paure.

nessun dorma                 

Dita che dolgono come se avessi suonato il piano per ore,
io che mai nessun tasto ho pigiato se non quello dell’ascensore.
Nutrivo dei dubbi verso i russi, i pazzi,i politici, me stessa.

nessun dorma                 

      Hai un fegato bellissimo, vorrei nascerci dentro, fiorirci,
      embrione di sensazione distillata da enzimi allevati a coercizione.
      Credevi che il cielo nascesse sui bordi? Che avesse un colore  
      l'immaginazione. 
nessun dorma                 

      Lui è là con il suo cappellaccio, tira bombe ai bambini, ai vicini,
      e noi piantiamo bandierine su cartine geografiche interattive.
      Riempiranno i libri e svuoteranno cuori, alveoli di acredine e superstizioni.

nessun dorma                 

      Il sole è una stella, la terra un pianeta, la vita il futuro,
      le grida, le grida uno sfogo.
nessun dorma                 
in coscienza                 
no mai                  

      Hai visto di striscio il connubio dell’aria col verde di foglia
      Hai visto una bimba di rosso vestita cadere nel pozzo di un ideale tradito
      Hai visto le vie, gli amici invecchiare, qualcuno morire, qualcuno ridere?

      Sombreri. Caimani.
.nessun dorma                 
non oggi                 
no mai                 

      Bandiere, sono troppe.
nessun dorma                 

      E lei cadde in una pozza di sogni e si impiastriccio tutta.
                                                                           .ora dorme,                 
  tu non dormire                  


Maruska Nesti

IMG:Stephanie- D. Ross

lunedì 17 gennaio 2011

La differenza tra l'inferno e il paradiso è nell'uso dei cucchiai

Il concetto è ampio e criptato in una frase degna di un surrealismo di altri tempi. Non importa però scavare o andare a cercare il lembo del velo ch copre una qualche nuova conoscenza, sotto il filo d’acqua che le opere nella loro sinergia rappresentano si delinea una delle verità del nostro muoversi sociale, come animali che si arrangiano a vivere nelle proprie assurdità.
"La differenza tra l'inferno e il paradiso è nell'uso dei cucchiai" è una esposizione  organizzata dal gruppo Psike, nuova realtà artistica del territorio fiorentino. E’ una collettiva a cui parteciperanno artisti provenienti da diverse parti d’Italia.  Diverse anche le forme di espressione artistica con cui ognuno ha raccontato la propria parola chiave: pittura, video, fotografia.
Sei le parole chiave per questa  favola sull’umano vivere, sei gli artisti che espongono (Chiara Fersini, Keziat, Fidia Falaschetti, Francesco Gallo, Marco Pieraccini, Rafael Vindigni), sei i giorni di apertura dello spazio.

Per l’inaugurazione è prevista una performance teatrale a cura della compagnia artistica Alibi Secondo “Chiedimi la chiave che mondi possa aprirti”.

Inaugurazione 28 gennaio 2011 ore 20.00 - 23.00
Ingresso gratuito

Presso: Studio Machina
Via Fra Domenico Buonvicini 46/48
50132-Firenze

Orari e giorni  apertura:
venerdì 28 gennaio e 4 febbraio  2011   20.00-23.00
sabato e domenica 29-30 gennaio  5-6 febbraio 2011   17.00 – 21.00


e-mail: psike.firenze@gmail.com
Curata da: Gruppo Psike

sabato 25 dicembre 2010

Natalizia


L’inverno mi ha infilato la sua mano ghiacciata nel midollo
e tutti i peli che prima si arricciavano come code di porco
sono ora dritti come gli aculei di un porcospino.                  . brizzolato.

Sorge dal danubio – lontano, molto lontano quindi –
il prisma che illumina le feste natalizie:
questo cuore col megafono che urla ad ogni sguardo scrociato.

“Sono ancora ferma là sulla terrazza che affaccia sull’uscita
del Vasco De Gama Commercial Center di Lisboà a guardare
quei volti che mai rincontrerò e che mai ho incontrato e memorizzato
ma volevo vedere, vivere, credere, sentire; senza mai immergermi
troppo nella loro miseria, adombrarmi incoerente nella loro solitudine:
viscida, inerme, sprezzante, candida come neve, pulita come fango.”

Non c’è religione, né matematica, né tecnica artistica, né lingua che tiene:
sto gemendo per le convulsioni di un intestino qualunque.

Inverno vaccante: pascoli di mitologiche unioni familiari.
Abbracci abbraccianti, carezze carezzevoli, tiamo tiamanti
niente spacca il ghiaccio nei tunnel dell’A1.
Milano Bologna Firenze Roma Napoli : stupide solitudini eliciate da debiti individuali.

Scimmie antropomorfe i bambini negli ipermercati,
anaffettive parentesi di compere che saziano coscienze incoscienti – o coscienti -
“mi sporchi le scarpe”  “mangia” “grida””urla”.
Bambino reagisci, l’adulto ti schiaccia, ti rottama, ti strappa, ti ricuce . Male.
Sputagli non nel viso, no, nell’anima.

Gente avvizzita  gongola di fronte ai maccheroni nell’autogrill.

Dove hanno messo il mio posto? Qui? Il mio posto? Qui?

Fosse il cuore di un mulo il mio oggi sarei felice,
avrei scalpitato ghignando tra autovelox e maghrebine accese
 - come stelle, come lampade al led, come cromosomi spasticanti nella nebbia del caso -
avrei  acquistato inutili regali per inutili persone e invece
ho pensato a me.

Ho acceso il megafono del mio cuore.



Maruska Nesti
IMG: Pregnant Woman - D. Hirst

lunedì 6 dicembre 2010

Qualcosa di Personale

Mia madre mi ha insegnato che non piange un uomo. Scusa, ti ho delusa di nuovo.
Muoviti, svegliati o ti seppelliranno. Stasera cherosene per non far gelare le dita paffute
è l'unico fuoco acceso, non riscalda, ma incendia i campi. Scusa ho dormito di nuovo.
Perdona lo schiaffo all'uomo, bestemmiava con un braccio rotto in sala d'attesa
mentre una coccarda blu veniva appesa fuori sula porta
mentre il corpo di un uomo morto veniva coperto da un lenzuolo
dentro questo corridoio. Misto cielo ed erba sotto lo stivale di una puttana,
 perdona il misto gracchiante odore di tabacco tra i baffi di un uomo,
sibilante e accorto nei movimenti come una biscia tra le foglie secche
sui lividi della moglie accidentalmente caduta dalle scale, non gli ho creduto.
questo è un  ospedale, questa è una cerniera usata troppe volte
cicatrice sull'addome cicatrice sul cuore, su e giù,
fino a nascondere il collo ad un paio di guanti bianchi in ascensore, parlo poco.
sussurro piano il mio cognome. L'infermiera risponde" stanza numero13".
Gocciolano voglie sul vetro di una macchina, su una padella sporca di grasso,
sul tuo corpo nudo,
sulle lenzuola ancora umide, sul cellofan, sul pollo, sui tasti di un pianoforte.
Aiutami
Sul mio conto in banca, sui ritardi alla stazione, sui telefilm, sui tuoi occhi
marroni. Fermami,
sul divano,  sui pentagrammi, sui fischi allo stadio, sulle nostre canzoni, sui
grattacieli pieni di neve. Ho paura
Sulle cene in scatola ,sullo spazio che il mio braccio disegna mentre giro su me stessa. E' troppo tardi.
"Non oltrepassare, pericolo di morte, di possessione, di smarrimento di infestazione."
Ci sono persone che muovono il cuore da sinistra a destra, lo osservano, lo spostano al centro,
dentro il ginocchio, nella testa, dentro gli occhi e dentro le mani
solo per trovare una faccia, tra le tante, che sia del suo stesso colore, che sia per tutta la vita, amore.
Mia madre mi ha insegnato che non piange un uomo. Scusa, ti ho delusa di nuovo.


Stefania Rubeo

mercoledì 17 novembre 2010

Cardiopatia Tascabile


Ogni sei mesi andava fino a Milano, all'Ospedale Maggiore, per un controllo di routine al sistema cardiaco.
Un paio di infarti gli avevano assicurato la pensione anticipata e un'invalidità al cento per cento.
Appena risistemata la mente ed aver accettato la finitezza del suo vivere - senza elucubrazioni filosofiche di chissà quale portata, confidava nella saggezza di un Dio diffuso che dava risposte semplici, spoglie di dubbi o inclinazioni al cedere - aveva iniziato ad apprezzare tutto quel tempo libero, il cartellino giallo per entrare nelle ztl, i sorpassi di gran foga e anche a colpi di clacson degli autobus a metano del centro, le file riservate ai supermercati, l'affetto struggente e stringente dei cari, la sollevazione dagli obblighi coniugali con la petomane consorte.
Prese il treno Reggio Calabria- Milano alle diciannove e trentacinque del sedici febbraio. Cappello ben adeso alla calvizia parziale, valigetta con numero uno pigiami, tre mutande bianche a costine strette, due camiciole fuori lana interno cotone, tre paia di calzini grigi donatigli dal fratello finanziere, un pantalone di velluto grigio, spazzolino, dentifricio, caramelle alla liquirizia e rasoio elettrico. Nessun libro nè rivista, nè walkman o distrazione. Aveva buona bocca per parlare.
Il treno era vuoto come un utero in disuso. Una vecchia e una bambina di sei anni dormivano due scompartimenti più indietro.
Non lasciando mai la valigia percorse il treno da cima a fondo un paio di volte, finchè finalmente non incontrò il controllore.
Con solerzia tirò fuori il biglietto e sorridendo attaccò bottone: tempo, politica, massacri, tasse e razzismo.
Per trentasei minuti inchiodò il lavoratore a un finestrino sferragliante.
Mai temuta la solitudine, lui.
Il controllore riuscì con mossa arguta a divincolarsi ma solo dopo aver promesso che sarebbe passato a trovarlo prima di giungere a Napoli.
Compiaciuto da tale attenzione si allontanò appuntandosi il mento con pollice e indice.
Stava bene, stava proprio bene. Niente palpitazioni, sudori freddi, aritmie respiratorie, pensieri pessimistici, tremori vari, lacrime a colmare. Stava proprio bene, allegro, libero dalle mura domestiche, dal volontariato protratto della gestione familiare. Giovane, ecco. Leggero e giovane.
Andò in bagno, tirò fuori lo spazzolino e per quindici minuti raschiò bene via la placca. Denti da ragazzo, mica li aveva così suo padre a quarant'anni.
Finito si chiuse la porta alle spalle e andò nel suo scompartimento ad aspettare l'arrivo di un dialogante.
Sedutosi, con tutte le attenzioni del caso a non spiegazzare inutilmente il pantalone, chiuse gli occhi e si immaginò bracciante, poi pastore, poi commerciante, poi poliziotto e autista.
Immaginò molte mogli diverse, molte case diverse, un po' opache ma diverse.
Poi morì, così in trenta secondi. Infarto, il terzo e tre si sa è il numero perfetto.
Il controllore ferroviario neanche ci pensava a passare di fronte a quello scompartimento, con quell'uomo ciarliero che parlava troppo vicino all'interlocutore. Brav'uomo per carità si vedeva dall'abbigliamento curato, dallo sguardo pulito, ma lui adorava ubriacarsi di vino e ad annusarlo lo si capiva celermente.
Così rimase negli altri vagoni e solo dopo aver visto salire nuovi passeggeri a Napoli Centrale si decise ad affrontare il tredicesimo vagone.
L'uomo dormiva, la saliva scendeva copiosa dal lato sinistro della bocca, le mani abbandonate lungo i fianchi.
Avendogli già controllato il biglietto si guardò bene dal disturbarlo e, anzi, con un barlume di soddisfazione, considerò il fatto di buon auspicio per la continuazione del viaggio,  e passò allo scompartimento successivo dove una suora si stava sistemando una calza smagliata.
E adesso dritti fino a Milano.
Il treno vi entrò con tre minuti di anticipo alle nove e diciassette del diciassette febbraio.
Al frenare dell'eurostar il corpo di Erminio Barselli si precipitò in avanti e la saliva andò a creare una ruga lagunare sulla pelle nera della valigia.
I passeggeri scesero con i loro imbratti e carabattole, il personale ferroviario nicotinomane si fumò una sigaretta vicino alle porte di entrata.
La signora Amalia iniziò a disinfettare gli ambiente dal vagone numero uno.
Dopo un'ora trovò il corpo esanime del povero Erminio, così come la frenata lo aveva adagiato.
Fu un'affollarsi lento di persone e di ordini "Cerca nelle tasche" "E questo chi cazzo è" "Lo avranno ucciso? Forse è una spia" "Non toccatelo, chiamiamo i Nas" "Un medico" "Una portantina, un mortaio, una lettiga"
Dopo sei ore finalmente il corpo di Erminio arrivò all'Ospedale Maggiore di Milano, dove i medici che lo avevano in cura, constatarono che avevano perso un paziente e che la lista di attesa per i trapianti di miocardio si era accorciata.
Chiamarono la moglie e il figlio. Il figlio chiamò i parenti e gli amici del defunto.
In quattro, la moglie, il figlio e una coppia di amici, salirono su una punto GT color senape e imboccando la Salerno-Reggio Calabria, iniziarono a piangere e a mentire a se stessi sulle qualità e i pregi unici del congiunto.
Quando arrivarono all'ospedale, Erminio era circondato dai medici che lo stavano sottoponendo all'autopsia. Furono gentilmente invitati a recarsi all'obitorio che si trovava nel seminterrato.
La targhetta col nome era già pronta. Seduti e abbracciati videro arrivare la bara e il corpo rigido che giaceva composto e austero come un militare al giuramento.
I capelli grigi, le macchie marroni sulle mani non gli fecero pensare che non era lui. La morte lo aveva trasformato, la pelle già marciva, lo risucchiava negli zigomi, le ossa erano tenute a bada da un frack fuorimoda.
La moglie lo abbracciò coprendolo di calde lacrime, lo chiamò amore, Erminio mio, mio sposo, finchè una donna anziana con un cappellino a fiori non chiese loro chi fossero.
"La moglie sono" rispose con un fil di voce la fresca vedova.
"Non credo ne avesse due" stizzita replicò l'altra vedova.
E dalla porta un'altra bara entrò nella stanza.
Erminio immobile, sbuffò.


Maruska Nesti