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mercoledì 19 ottobre 2011

Psike intervista Caterina Silenzi

Ogni artista che “crea” si ispira o prende spunto da qualcosa di specifico, proveniente da quello che lo circonda o dal suo passato. Qual'è il tuo processo artistico? 
Il mio processo artistico si basa sulla metabolizzazione di ciò che accade nella mia vita, avvenimenti quotidiani o fatti importanti che in qualche modo hanno cambiato il mio cammino. Li metabolizzo e ne faccio qualcosa che occupi il mio stesso spazio: devo renderli visibili e tridimensionali per affrontarli e per farci amicizia. "Tutto ciò che accade nella mia vita deve trasformarsi in scultura, se non lo fa si trasforma in malessere".  Il mio, quindi, è un processo  molto semplice: se cammino nel bosco e trovo un osso animale lo porto a casa, lo pulisco e lo posiziono in modo che rimanga sempre ben visibile, in modo tale che possa osservarlo con calma e da tutte le prospettive. Poi aspetto...aspetto il giorno in cui arrivi l'impulso irrefrenabile di costruire qualcosa o qualcuno!  Di solito questo qualcuno è la materializzazione di un mio stato d'animo, la conseguenza di qualche avvenimento più o meno importante della mia vita . Le ossa possono aspettare anche per mesi,  o anni. Poi quando ho chiara l'immagine di ciò che ne verrà fuori, si svolge tutto in modo molto istintivo, veloce, seguendo quell'impulso che va oltre ogni logica.

I-Dea: Ceramica Raku
Cosa pensi dell'arte contemporanea che abbiamo al momento in Italia? Ci sono artisti in particolare che ti stimolano? 
Arte contemporanea in Italia..bel discorso! Preferirei tralasciare perché rischio di andare sul criticismo, però, per essere breve e concisa: apprezzo molto gli artisti che si sanno fare strada da soli, che sanno essere fedeli a se stessi senza seguire le mode, e nel nostro panorama nazionale ci sono pochi nomi che mi vengono in mente.
 
La combinazione tra uomo e animale sembra una costante nel tuo lavoro, così come il rapporto uomo e donna. Cos'è che associa questi due accostamenti? 
L'associazione tra binomio uomo-animale e uomo-donna è una costante nei miei lavori da sempre. Credo che siano immagini provenienti dal mio Inconscio. La domanda dovrebbe essere rivolta direttamente a Lui. Però si accettano suggerimenti!
 
Cervo
Le tue opere sono un assemblaggio tra pezzi ossei ritrovati e ceramica. Illustraci meglio la tecnica che utilizzi. 
I pezzi ossei che compongono le mie sculture sono tutti pezzi trovati, o meglio, incontrati, per caso. Amo l'anatomia animale e credo che gli animali abbiano in se qualcosa di incredibilmente saggio; per questa ragione preferisco non nutrirmene! Cosi quando trovo i loro resti non li associo a qualcosa di brutto, ma li tratto come se fossero dei tesori, dei feticci che meritano un altare. In questo senso le parti che costruisco in ceramica fungono da altari, supporti per i miei tesori! La ceramica viene poi trattata con la tecnica del raku, che è una tecnica molto antica proveniente dal giappone e che serviva per la cerimonia de tè. Il raku è un gioco di elementi, una sorta di magia: i pezzi, una volta modellati e biscottati, vengono trattati con una cristallina apiombica e poi infornati nuovamente nel mio forno fai da te (un grosso bidone di metallo rivestito internamente di fibra ceramica alimentato da una fiamma libera); una volta raggiunta la temperatura di 1000 gradi circa estraggo i pezzi incandescenti e con l'aiuto di aria e acqua termino la finitura.
L'azione stessa che porta alla finitura dei miei pezzi mi fa sentire un pò come una sciamana e mi sembra che tutto abbia un senso e che il circolo vita-morte si chiuda.

°
Che obiettivi ti poni per il futuro? C'è qualche esposizione o evento in particolare che avresti voluto realizzare ma non ne hai mai avuto modo?
Non riesco a pensare ad un futuro troppo lontano; per il momento penso alla prossima scultura che farò...osservo i miei nuovi "feticci" trovati e so già cosa diventeranno. Nessun obiettivo in particolare quindi. Evento o esposizione che avrei voluto realizzare? Devo pensarci un pò...probabilmente ce ne sono troppi.

Io

mercoledì 13 luglio 2011

Psike intervista Elisa Anfuso


Penultimo
Ogni artista che “crea” si ispira o prende spunto da qualcosa in particolare, proveniente da quello che lo circonda o dal suo passato. Qual' è il tuo processo artistico?

Non sempre è qualcosa in particolare. Suggestioni e percezioni che spesso non ricordi nemmeno da dove provengono, si trovano a convivere dentro gli stessi pensieri, si mescolano, si confondono, sino a diventare altro. Molte cose vanno a finire nella memoria inconsapevole e si rivelano in maniera quasi irriconoscibile. Altre volte arrivano input che pizzicano chissà quali corde ed escono fuori suoni imprevedibili.








Cosa pensi dell'arte contemporanea che abbiamo al momento in Italia?

Credo che in potenza potrebbe essere un momento di grande fermento artistico per il nostro paese ma, questo potenziale, per manifestarsi in tutta la sua forza, avrebbe bisogno di un terreno più fertile, di maggiore interesse e di una maggiore apertura nei confronti di quei linguaggi contemporanei che vedo spesso arrancare e raramente procedere con passo sicuro.

La stanza di Newton


I tuoi lavori presentano quella componente di sogno lucido e ricerca di libertà, una sorta di moderna "Alice nel paese delle meraviglie", dove la protagonista (che in genere mi sembra un tuo autoritratto) conserva spesso quella componente tragica dettata dalla voglia intrinseca di fermare il tempo in qualche modo, ma la consapevolezza di non riuscirci, perché inesorabilmente cresciamo, diventando sempre più grandi rispetto alle cose che ci circondano. Questa è più una mia deduzione osservando le tue opere. Trovi riscontro in quello che riporto?
In parte si. Le sue deduzioni sono possibili sfumature. E questo mi affascina molto. La componente tragica deriva anche dall'essere costretti a rimanere in quella dimensione, dall'istinto al volo che si scontra con tutto ciò che ci tiene legati al suolo, dalla direzione dell'anima che non è sempre quella del corpo che la ospita. Forse, fermare il tempo non è così importante tanto quanto ciò che si riesce a fare nel tempo che si ha.


Non calpestare la linea rossa
Una pittura ricercata dalla matrice iperrealista si sposa con il tratto veloce e fumettista del pastello. Come sei arrivata ad associare questi due elementi contemporaneamente?

Inizialmente non è stata una scelta consapevole. Sentivo l'esigenza di differenziare delle cose, un po' come quando scrivendo utilizziamo il corsivo. Qualcosa di concreto, con un suo peso, reale e vivo, da qualcosa di immaginato, sognato, di natura diversa. Carne e pensiero. La materia pittorica densa e lucida da una parte, il segno istintivo e infantile dall'altra.




Che obiettivi ti poni per il futuro? C'è qualche esposizione o evento in particolare che avresti voluto realizzare ma non ne hai mai avuto modo?

Non ho mai programmato nulla del mio percorso artistico. Sino ad ora è stato una piacevole conseguenza di quell'urgenza che mi spinge a dipingere. E farò il  possibile affinché quest'equilibrio resti invariato anche in futuro. Spero comunque che avrò modo di concretizzare alcuni progetti fotografici sui quali ho iniziato a lavorare tempo fa e poi mi piacerebbe fare delle esperienze all'estero. Credo che il confronto sia una strada inevitabile per la crescita.



Dalla vita in su
Il giardino di Erica
























martedì 26 aprile 2011

Psike intervista Enrica Berselli


Ogni artista che "crea" si inspira o prende spunto da qualcosa di specifico , proveniente da quello che lo circonda o dal suo passato. Qual'è il tuo processo artistico?
Ogni mia opera pittorica si origina da una ritualità costruita in modo iperpersonale sulla mia psiche, concretizzata in un atto performativo e fissata indelebilmente sulla tela, che diviene un unicum, reliquia di una sorta di rito di passaggio incentrato ad esempio sulla medicalizzazione della mente, sulla reazione al dolore, sulla rigenerazione.

Cosa pensi dell'arte contemporanea che abbiamo al momento in Italia? Ci sono artisti in particolare che ti stimolano?
Mi sento più vicina emotivamente alle realtà esterne al mio ambito artistico; al teatro contemporaneo, come Valdoca o Motus, al fumetto d'autore, a certa letteratura, forse per la mia formazione universitaria, alla ricerca nell'ambito della moda e della musica attuale. Forse cerco nella pittura onestà e trasparenza nel mettersi a nudo che difficilmente trovo in ciò che mi circonda.

Come si nota dai tuoi lavori, c'è una certa differenza stilistica tra i disegni e le pitture, anche se i concetti rappresentati seguono lo stesso filo logico. Ti senti però, più vicina alle forme ad inchiostro o a quelle ad olio? Come riesci a coniugare contemporaneamente le due tecniche?
I disegni a rapidograph sono più liberi ed onirici delle tele, sono aggregazioni magmatiche in cui ciò che è fisicamente dentro il corpo collide armonicamente con forme che ad esso non appartengono; sono bozzoli in evoluzione, dall'erotismo sottile, senza volto e senza memoria. Con la mia pittura hanno in comune moltissimo: l'ossessione per le forme anatomiche, la frammentazione corporea, una certa claustrofilia, la trama dell'opera che a distanza ravvicinata appare come una rete di cellule e microrganismi. I disegni sono meno personali, sono le infinite possibilità dell'essere; ciò che è rappresentato sulla carta non può esistere se non come fertile sfogo della mia mente.

Preferisci lavorare spesso su dei frammenti di corpi o su scorci ravvicinati, questo soprattutto nelle pitture, e di sovente sono personaggi al limite delle proprie condizioni fisiche o in situazioni scomode. Da cosa prendi spunto per questi soggetti e che tipo di messaggio vogliono consegnarci?
La frammentazione corporea presente in tele e in disegni richiama la perdita di contatto con le proprie membra e con la fisicità nella sua interezza. L'essere estremamente cerebrale, proprio di me come di molti nella società contemporanea, può portare ad un indebolimento della propria consapevolezza enterocettiva, della capacità di percepire i propri bisogni e di rispondere ad essi in modo adeguato; questo per me comporta una frattura fra un'istintualità ed un'organicità soffocate eppure richiedenti attenzione ed il controllo e l'esercizio mentale puro.
Le situazioni limite in cui il corpo si cala sono proprie dei rituali iniziatici: il pericolo e il dolore fisico contestualizzati all'interno di un atto performativo dal valore per me profondamente simbolico caratterizzano lo spazio temporale e sacrale della prova, scisso dal tempo della routine quotidiana, a cui ritornare poi con una nuova consapevolezza di sé.

Nei disegni mi sembra di notare un rapporto tra uomo e vita vegetale. C'è una connessione particolare per te tra questi due mondi?
Nei miei disegni la provenienza reale di ogni elemento si perde e si annulla nel tratto libero da una progettualità definita: sono affascinata da come ad esempio una forma che nella mia mente ricorda i capillari linfatici si trasformi in corso d'opera in ramificazioni o nei tentacoli di un'attinia: L'osmosi con ogni altro organismo, la perdita dei propri confini corporei, la pulsione panica, sono così portate alle estreme ed immaginifiche conseguenze.

Che obiettivi ti poni per il futuro? C'è qualche esposizione o evento in particolare che avresti voluto realizzare ma non ne hai mai avuto modo?
Nell'immediato futuro c'è il progetto ancora in fieri di una sorta di graphic novel che concili alcuni miei racconti con l'universo metamorfico dei miei disegni. Per quanto concerne la pittura, da tempo mi piacerebbe dare forma concreta ad una installazione di mie opere all'interno di un contesto di reperti pregni di memoria e suggestione, provenienti da un luogo di internamento psichiatrico altrimenti destinato ad essere conosciuto solo da pochi "temerari".




Zeboim;
Coscienza in vitro;
Ex voto MMVII dominio di lotta

domenica 6 febbraio 2011

Psike intervista Fidia Falaschetti

Sei febbraio duemilaundici, ultimo giorno per visitare la nostra esposizione e vi lasciamo con le parole di Fidia.

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Tutto si spiega. E’ un modo di dire, un intercalare dialogativo quando tasselli disparati confluiscono in un insieme che assomiglia ad un tutto. Hai mai avuto questa sensazione all’inizio o durante il tuo percorso artistico?

So che non si risponde ad una domanda con un’altra domanda ma, che tipo di droghe usate quando preparate le interviste?
Devo dire che mi trovo in difficolta’: se rispondessi “blinda come se fosse antani?
Provando ad entrare nella lisergia del quesito, provo a rispondere dicendo che mi reputo un antifatalista conclamato: sono decisamente convinto che il destino sia un potentissimo oppiaceo, ottimo per  evitare il confronto con l’attualita’, con i coglioni belli esposti al sole.
Tutto si piega, prima di essere indossato, e poi si [s]piega quando lo si veste. Lo si acciacca, suda, sporca, in soldoni lo si vive.
Vestire, agire, trovare relazioni e connessioni e’ un compito importante per chiunque decida di non assuefarsi all’ovvieta’.


Doveva essere un re, invece è un fante. Non è una domanda, ti chiedo un’interpretazione libera.

Peccato: avevo il re bello, ed era anche scopa!
Ma se poi “scopo” toppo rischio di assomigliare a qualcuno che ne ha fatto un orgoglio nazionale, ergo, ringrazio il fante e gli suggerisco di non affligersi: la rivoluzione culturale comincia dal basso!           


L’opera a cui assomigli, tua o di qualsiasi altro artista.

Da pochi giorni ho cominciato a cucirmi addosso un vestitino piuttosto slim. E’ il racconto immediato dei 365 giorni che precedono il parto di un lavoro prima, e la crescita dello stesso nel suo ambiente poi. E’ un taccuino che narra la storia del “bimbo/opera” dalla causa al suo effetto, dal concepimento al suo debutto in societa’.  Il percorso comincia a Bali, Indonesia, e si chiudera’……… Tutto, in diretta, giorno per giorno, fino alla sua dissoluzione. Tutto online sul blog 365. IL DIARIO DEL BOLIVIA IN CHE …guerriglia contemporanea.

IMG: Trittico del GI-OTTO, Fidia

sabato 5 febbraio 2011

Psike intervista Marco Pieraccini

Splende il sole su Firenze, forte come un cazzotto.
Riuscissimo a fermarlo questo tempo, questa luce. C'è chi lo fa da qualche anno con tanta passione e una buona dose di precisione, e noi andiamo a porgli le nostre, ormai conosciute, tre domande.
Marco Pieraccini, fotografo fiorentino, è presente all'esposizione di Psike con il "Trittico del libero arbitrio".
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Tutto si spiega. E’ un modo di dire, un intercalare dialogativo quando tasselli disparati confluiscono in un insieme che assomiglia ad un tutto. Hai mai avuto questa sensazione all’inizio o durante il tuo percorso artistico?

L'intercalare dialogativo tra pensieri o frammenti di essi è una nebulosa che nel suo ordinato caos genera l’Idea. Geniale o meno che sia sarà fatta d’un accento di colore una parola d’ombra una linea ricurva una prospettiva spezzata una gamma tonale mancata e poi finalmente riacciuffata. E mentre il tutto è sublimato dall’assenza di una virgola niente continua a spiegarti perché tutto-ciò sia inspiegabilmente equilibrato. In questo sta il genio dell’Arte?


Doveva essere un Re, invece è un fante. Non è una domanda, ti chiedo un’interpretazione libera.

E’ proprio in questo la bellezza dell’atto creativo.
Quando la mente gravida partorisce una sensazione, non sa mai fin dove la farà viaggiare quella mano che dovrà materializzarla fisicamente. A volte anche soltanto l’evoluzione che ho nell’approccio all’opera tra il suo inizio e la fine fa si che anche il più insignificante dei dettagli venga modificato cambiando il senso del tutto; così ciò che in me era intimamente concepito come Re, a voi appare fante.


L’opera a cui assomigli, tua o di qualsiasi altro artista.

Baiser de l'hôtel de ville, Doisneau.
Questo né per voler citare per forza un grande, né perché sia incline a preferire il classico a tutti i costi.
Semplicemente perché io sono dentro quell’immagine almeno quanto lei è dentro di me e perché solo chi mi segue sa quanto io abbia sperimentato e continui a fare con il tema del movimento in fotografia. Ho sempre avuto la “mania” di sforzarmi a restituire, con il movimento, quell’elemento di cui da sempre la fotografia è simbolo: la capacità di congelare il tempo in un istante.
Questo mio percorso è guidato dal desiderio di abbattere tale confine, cercando di espandere un frammento di tempo per farlo viaggiare negli occhi dello spettatore fino ad un istante dopo la percezione dell’immagine.


IMG: Baiser de l'hôtel de ville, Doisneau.

venerdì 4 febbraio 2011

Psike intervista Keziat

E mentre la mostra riapre anche per questo fine settimana, andiamo a conoscere ed interrogare Keziat, indubbiamente un'artista visionaria.

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Tutto si spiega. E’ un modo di dire, un intercalare dialogativo quando tasselli disparati confluiscono in un insieme che assomiglia ad un tutto. Hai mai avuto questa sensazione all’inizio o durante il tuo percorso artistico?

Nel 2009 ho cominciato a sperimentare anche il video come mezzo di espressione artistica. Non l’avevo mai fatto prima, anche se era in progetto da anni, e nel realizzare il mio primo cortometraggio “Memoria di un folle” ho provato proprio questa sensazione: unire migliaia di disegni in sequenza per formare un tutto, che trasmettesse fino in fondo il mio incredibile micro mondo visionario.

In generale quando lavoro su una nuova opera provo sempre una sensazione simile perché all’inizio sono totalmente influenzata da forze emotive contrastanti, ricordi e stati d’animo legati anche al mondo che mi circonda. E solo quando è completamente finita capisco di aver concretizzato tutto ciò che avevo in testa.


Doveva essere un re, invece è un fante. Non è una domanda, ti chiedo un’interpretazione libera.

A volte quello che vediamo non è ciò che sembra. Mi fa venire in mente il mio approccio ambiguo con il mondo reale. Vivendo infatti sempre un pò tra la realtà e l’immaginazione mi capita spesso di vedere la stessa cosa in due modi differenti. Una è quella reale, l’altra è una mia interpretazione.Il mio lavoro è pieno di questi capovolgimenti di ruoli perché mi piace molto decontestualizzare tutto per ricostruire all’infinito. Scavare all’interno delle cose per svuotarle del loro significato e nello stesso tempo trovarne altri diversi. Ed è così che l’essere subisce infinite metamorfosi.


L’opera a cui assomigli, tua o di qualsiasi altro artista.

In generale, tutte le mie ultime opere mi assomigliano e rispecchiano esattamente quello che sono io, in quel periodo della mia vita. Le considero una mia proiezione, un mio prolungamento.






IMG: "memoria di un folle" -"Seduto su un albero" - "l'albero dei sogni":particolari - Keziat.

martedì 1 febbraio 2011

Psike intervista Francesco Gallo

Francesco Gallo è presente alla mostra "La differenza tra l'inferno e il paradiso è nell'uso dei cucchiai" con l'opera Re-Azioni, trittico di fotografia digitale.
Tarantino di origine, insediato a Firenze, è stato tra i finalisti del Premio Celeste 2010.
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Tutto si spiega. E’ un modo di dire, un intercalare dialogativo quando tasselli disparati confluiscono in un insieme che assomiglia ad un tutto. Hai mai avuto questa sensazione all’inizio o durante il tuo percorso artistico?

Mai avuto la piena consapevolezza di niente. Quando l'emisfero destro del mio cervello concepisce un'immagine essa viene dettata da un bisogno, da un istinto, dalla necessità di realizzazione visiva. Qualsiasi input esterno può interessarmi, un suono, un colore, un volto. Ma quando mi trovo davanti all'immagine finale ecco ricomporsi pezzi della mia persona, delle esperienze mie e di chi mi sta vicino, è come una retina sottile con cui passare al setaccio sogni e bisogni della mia specie. Poi guardare all'interno e vedere cosa rimane, impastare il tutto con una buona dose di respiro e spargere il risultato su carta. E' solo una ricetta.

Doveva essere un Re, invece è un fante.  Non è una domanda, ti chiedo un’interpretazione libera.

Vedo una scacchiera. Il fante muove in diagonale, il Re solo dritto davanti a sé oppure torna sui propri passi. A volte la scelta di percorrere strade meno "convenzionali" premia e porta alla vittoria. Non importa la potenza di fuoco dell'avversario, fondamentale è la strategia: saper attendere e colpire al fianco. Fare Arte, tentare... nell'era dell'immagine è usare tecnica, strategia. Idee. 


L’opera a cui assomigli, tua o di qualsiasi altro artista.

Non esiste mai UN'opera. Ma esistono frammenti di opere. Guardo a me come una tela di Valls, una qualsiasi, con i colori di Hussar e i graffi di Nerdrum.



IMG: D. Valls; O. Nerdrum; M. Husser

domenica 30 gennaio 2011

Psike intervista Rafael Vindigni

Continuiamo nel nostro giro di interviste, oggi conosciamo meglio Rafael Vindigni, pittore di origine siciliana, ma ormai stabile a Firenze.

A lui la parola!

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Tutto si spiega. E’ un modo di dire, un intercalare dialogativo quando tasselli disparati confluiscono in un insieme che assomiglia ad un tutto. Hai mai avuto questa sensazione all’inizio o durante il tuo percorso artistico?

Da piccolo preferivo più disegnare che mettermi a studiare storia. Col tempo avevo perso questa passione, forse a causa dell'incompetenza di qualche insegnante, per poi ritrovarla dopo qualche anno, insediata sempre più a fondo. In realtà non riesco a spiegarmi perchè ad un certo punto ho sentito l'istinto di mettermi a disegnare, e perchè mi dà forza mettere del colore su una tela o graffiare con una matita su un foglio. Certi tasselli sistemati dal destino forse non sono casuali. Molte cose non sono messe lì a caso. Molte cose accadono perchè devono. Ma non ho la concezione dell'insieme. Non ancora almeno.


Doveva essere un re, invece è un fante. Non è una domanda, ti chiedo un’interpretazione libera.

Per ricoprire certi ruoli, ci si aspetta in genere che sia, per un qualche diritto di selezione naturale, un certo personaggio, una certa figura, che per gerarchia risulta essere in vetta ad una scala, dove valori come denaro e potenza, sono le uniche cose a poter contare, a valere. Persone magari che godono di una certa stima in società, solo perchè possono servire da trampolino di lancio per altri. A sorpresa invece, ecco spuntare da dietro, lentamente, con lo sguardo fiero e stanco, chi si è formato sulle proprie spalle, arrancando magari qua e là per un lavoro che gli permettesse di condurre avanti il proprio sogno, senza dover chiedere niente a nessuno e senza il bisogno di prostituirsi per prestazioni guadagnate illecitamente. Mi piace pensare che sia quel Fante a condurre la battaglia, proprio perchè ne ha le capacità, e non un Re impedito sistemato lì da qualcuno prima di lui.


L’opera a cui assomigli, tua o di qualsiasi altro artista.

Come ho già detto, credo tanto nel destino e nel soprannaturale, ecco perchè certi quadri metafisici mi conducono a quella strana sensazione che ritrovo in alcuni momenti.
Forse Le muse inquietanti di De Chirico (che è stato anche il primo dipinto che ho riprodotto) presentano una parte della mia persona che non conosco bene neanch'io, ma che di certo viene fuori in particolari momenti di meditazione o di solitudine.
Ecco, credo proprio che mi piacerebbe essere sistemato tra quei manichini un giorno o l'altro. Magari a mangiare un biscotto metafisico!


martedì 25 gennaio 2011

Psike intervista Chiara Fersini

Ci avviciniamo  a grandi passi all'inaugurazione dell'esposizione "La differenza tra l'inferno e il paradiso è nell'uso dei cucchiai".  Tutte le informazioni inerenti tempi e luogo le troverete cliccando qui
  
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Abbiamo pensato di presentare e conoscere meglio attraverso un'intervista composta di tre domande, i sei artisti che esporranno una loro opera durante la mostra.

Partiamo con Chiara Fersini, in arte Himitsuhana, fotografa, anche se lei non si definisce così.

"Non sono una fotografa nel vero senso del termine, sia perché sono un'autodidatta sia perché per me una foto è solo un punto di partenza. Non mi interessa rappresentare né documentare la realtà; cerco piuttosto di esprimere attraverso me stessa le mille sfaccettature che assume l’animo umano. Ma la fotografia è per me anche qualcos’altro: è un modo per capire e affrontare la mia personalità multiforme che a volte è un fardello davvero pesante da portare. Credevo che la fotografia fosse per me una passione. No. Non lo è. Non è un hobby, né una passione. La fotografia è la mia cura."


Tutto si spiega. E’ un modo di dire, un intercalare dialogativo quando tasselli disparati confluiscono in un insieme che assomiglia ad un tutto. Hai mai avuto questa sensazione all’inizio o durante il tuo percorso artistico?

Sì, è una sensazione che mi capita spesso di avvertire quando creo le mie immagini. A volte parto da un abbozzo di idea senza sapere bene dove questa mi porterà e quale sarà il prodotto finito. E' in questi momenti che sento quella particolarissima sensazione come di essere assorbita nel processo creativo, come se non fossi io a creare ma l'immagine che crea se stessa. Alla fine guardo il risultato e molte volte mi stupisco di come sia arrivata lì, della facilità con cui l'idea ha preso vita. Ne è un esempio questa foto.


Doveva essere un re, invece è un fante. Non è una domanda, ti chiedo un’interpretazione libera.

Se dovessi scegliere a quale delle due categorie appartenere sicuramente sceglierei il fante.
Quando si è consapevoli della propria natura e si sceglie la propria strada con convinzione un fante può certamente diventare un re. Il problema è quando ci si riveste di un ruolo fittizio che non ci appartiene, di un costume che ci protegge dal vedere quello che siamo realmente e ci porta a vivere una vita non nostra.


L’opera a cui assomigli, tua o di qualsiasi altro artista.

Le mie foto sono prevalentemente autobiografiche quindi direi che c'è un pò di me in ognuna di esse, ma se dovessi pensare a un vero autoritratto sicuramente sarebbe questo. E' un ritratto molto intimo e non perché sono svestita ma perchè ho scelto di ritrarre la parte di me con cui ho più fatica a rapportarmi.