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sabato 21 giugno 2014
mercoledì 21 agosto 2013
Indicativo presente
Alle elementari mi bloccai su un verbo. Il riflessivo fidarsi non lo declinavo. Il problema non sopraggiungeva a una persona in particolare, mi fermavo da subito: da io mi fido. Il fatto è che non mi orientavo, quel riflessivo mi spiazzava. Ero io a dare fiducia o quello che accoglieva le mie speranze a offrirmela? Lo chiesi alla maestra. Ci sono vari tipi di educatrici: quelle entusiaste per ogni minimo accenno di attività cerebrale, quelle che tendono a sminuire per manter alto il morale collettivo e quella che mi rispose: forza, indicativo presente di fidarsi. Tornando a casa con la nota saltellavo scandendo io mi fido e il nome della maestra. Poi li invertivo e da capo li mescolavo. Andò meglio quando col nonno scoprii affidarsi. Il suo senso di abbandono copriva la voragine che il riflessivo fidarsi mi aveva scavato dentro. Provengo da una regione in cui fidarsi è splendido, affidarsi da emeriti faciloni. E come tutti pensavo fosse così ovunque. Quindi dicevo volentieri mi fido di te, perché sapevo che potevo contare anche su lui si fida di Giacomo, fino al collettivo rassicurante noi ci fidiamo di voi. Questo brodo di giuggiole cancellava di fatto gli sconosciuti, almeno superficialmente, perché di sicuro per qualcuno non lo erano, sconosciuti intendo, e quindi anche loro potevano godere dello splendido mare di saccarine in cui nuotava la mia supposizione.
Mi capitò un tipo allegro e tranquillo con cui uscire a passeggio. A volte mi chiamava da casa sua e si capiva che era grande e che c'era della servitù ben pagata. La riconoscevo dal fatto che non emetteva suono mentre lui parlava al telefono e dal tipo di suole di gomma dura che non sdrucciola e non tacchetta quando cammini anche di fretta. Erano almeno tre. Uno aveva un po' di asma ma si tratteneva, a fatica, dal tossire; l'altra era giovane, agile e aveva le gambe lunghe, con falcate interminabili e passi sicuri; la terza, probabilmente la cuoca, era robusta e decisa, sicuramente brava, infatti anche se apriva le porte come una sciamannata, non l'avevano ancora cacciata. A casa mia cucinavo io, lavavo, ma non stiravo. Quando scrivevo a macchina, mi sembrava che le camicie fossero sempre impresentabili. Allora mollavo tutto e scendevo da una donnetta al piano di sotto. Fatalità, scoprii che, dopo la sua stiratura, anche le mie parole parevano più convincenti.
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| Man Ray |
Una mattina mi alzai tardi e col telefono che latrava. Lo colsi come un ramo affilato di robinia, facendo attenzione a non tagliarmi. La voce di Angelo era così concitata che ci sarebbe stato bene un sottofondo di scalpiccio di un'intera frotta di musicanti in ritardo per la prima. Uscii con la camicia buona e la faccia stropicciata. Lui era indaffarato, perfetto, percettibilmente bevuto. Camminava come un trampoliere in laguna a passi distesi e ponderati, con lo sguardo che indaga tra le scaglie del pesce e la melma. Io non riuscivo in quel tipo assurdo di movenza, a tratti mi fermavo, poi allungavo al piccolo trotto. Comprimari si diventa, eppure era lui che appariva perché c'ero io, e non il contrario: come quei tizi che vanno in un certo locale solo se accompagnati da un preciso amico, altrimenti non ci pensano neppure. Insomma, portai pazienza per qualche centinaio di metri, poi lo invitai a bere. Era di sicuro un suo piano, lo capii dai ricci di labbra che mi oppose. Oh, se aveva sete e nulla da dire. Allora mi venne in mente la questione del fidarsi e di affidarsi. Certo che fosse un perfetto dialogo indiziario, lo buttai lì, quasi con sufficienza. Si fece serio, adunco, quasi sospettoso. Prese il portafoglio, intuiva che non ignoravo quanto fosse vuoto, e mi mostrò una catenella d'oro doppia chelo ancorava alla cinghia spessa, seppur leggera. Non disse nulla, lo rimise in tasca e mi fissò stupito. So che è assurdo, ma compresi. Per lui era normale affidarsi, ma non fidarsi. Si affidava a me per il conto, eppure fissava, con un oggetto che valeva ben oltre tutto il resto, quel misero segreto di indigenza alla propria anima ubriaca. Nessuno avrebbe dovuto scoprire, rubandoglielo, quanto fosse sguarnito il suo portafogli. A me non l'aveva mai confessato. La nostra amicizia, ovviamente, terminò quel giorno.
Sandro Fracasso
lunedì 22 aprile 2013
Il Sopruso Silente: mostra collettiva benefica ed itinerante.
Cari Amici,
siamo più che felici di invitarvi alla collettiva di arte contemporanea sia figurativa che letteraria "Il Sopruso Silente", curata dal Collettivo Artistico Non Cresco Più, con cui noi psikiani abbiamo collaborato alla realizzazione della data fiorentina.
Questa mostra ha due particolarità di rilievo: la prima è che è una mostra che gira l'Italia, la prima esposizione è avvenuta al Centro Sociale La Resistenza di Ferrara, in cui si è fermata per otto giorni con un ottimo riscontro di pubblico.
La seconda particolarità è che ha un fine benefico. Infatti durante la mostra sarà possibile, per chi lo vuole, donare anche solo un euro all'Associazione Pantagruel di Firenze, che si occupa di gestire laboratori riabilitativi nel carcere di Sollicciano qui a Firenze. Troverete quindi un punto vino a offerta libera ed inoltre sarà possibile anche prenotare delle visite guidate dal curatore della mostra, Sandro Fracasso, ad offerta libera.
Il 3 Maggio, venerdì sera alle 21.30, ci sarà un reading poetico degli autori presenti alla mostra e di poesie di detenuti ed ex detenuti.
Il 4 maggio, sabato pomeriggio alle 15.30, ci sarà il concerto della cantautrice Rebi Rivale,vincitrice del Premio Speciale Amnesty International sezione musica nel 2011 e nel 2013 .
Per tutti i dettagli vi lascio il link al
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