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lunedì 15 febbraio 2016

WALL 19-28 FEBBRAIO 2016




WALL è un’ esposizione collettiva d’arte, in cui vari artisti nazionali e internazionali, selezionati dai curatori dell’Associazione Psike, sono stati invitati a confrontarsi e lavorare su un tema ancora oggi molto attuale: il Muro, i Muri.

Il muro, i muri, le mura sono sempre molto concrete. 
Fermano, dividono, separano e talvolta diventano pericolosamente invisibili. Si trasformano in una extrema ratio che solleva dal gravoso sforzo intellettivo di comprensione e accettazione. Nel 2016 sono 45 i muri di confine nazionali, pochi se paragonati a quelli che costruiamo nelle nostre città, nel nostro paese e dentro di noi. 
Quanti muri abbiamo costruito per difesa o utilità?WALL ricorda che non esiste muro senza un’apertura, fosse solo quella verso il cielo, da cui entra prepotentemente il mondo, la luce e inesorabilmente, anche gli altri. 





Artisti:

Valentina Biasetti, Andrea Cerruto, Alessandra Favetto, Alberto Antonio Foresta, Francesco Gallo, Federica Gonnelli, Peter Hawkins, Janos Huszti, Marco Pieraccini, Caterina Silenzi, Rafael Vindigni. 



19-28 Febbraio
LIMONAIA DI VILLA VOGEL
Via delle Torri 23 - Firenze

Vernissage
19 Febbraio 2016 ore 20.00


La mostra prevede, contemporaneamente all'esposizione, anche performance letterarie, teatrali e musicali:

Venerdì 19 Febbraio ore 21.00
Domenica 21 Febbraio ore 17.00
Venerdì 26 Febbraio ore 21.00
No sea de amor – pièce teatrale di Sandro Fracasso
con Andrea Giusti, Sara Montigiani e Maruska Nesti

Sabato 20 Febbraio ore 21.00
Now! Jazz sperimentale elettronico

Domenica 21 febbraio ore 21.00
Murales sonori – voce e chitarra con Piergiorgio Manuele

Sabato 27 Febbraio, ore 21.00
Push it – improvvisazioni letterarie su testi di Antonio Bauleo e Maruska Nesti

Domenica 28 Febbraio, ore 17.00
Il Nemico - Letture con Marco Di Costanzo
Prenotazione obbligatoria, massimo 20 posti


Orari di apertura dell'esposizione:

Venerdì 19 Febbraio - ore 20.00 - 24.00
Sabato 20 Febbraio - ore 17.00 - 24.00
Domenica 21 Febbraio - ore 15.00 - 24.00
Venerdì 26 Febbraio - ore 20.00 - 24.00
Sabato 27 Febbraio - ore 17.00 - 24.00
Domenica 28 Febbraio - ore 15.00 - 22.00

Nei giorni compresi tra il 22 e 26 Febbraio, la mostra è visibile su prenotazione
se si raggiunge il numero di minino 15 persone.
Ingresso Libero / Offerta libera


Ente Organizzatore:

Associazione culturale PSIKE


Per info e prenotazioni:



psike.firenze@gmail.com

sabato 21 giugno 2014

Aspettando Lucilla



Io non so dove dormi.
Se tra lisce lenzuola
o sull'erba, che è il pelo del mondo.

Non so dove sei, ma se sei,
un giorno sarai con me.

Io non so come respiri.

Se affretti o deceleri, 

so che c'è tanto mare laggiù
.

Guarda caso, io sono un pesce da 
abisso.


Maruska Nesti
(IMG:  Migranti  di L. Caridà)

giovedì 12 giugno 2014

"Questioni di famiglia" - qualche nota dal CCC Strozzina


Undici gli artisti internazionali invitati a rappresentare la loro idea di famiglia secondo una visione contemporanea presso l'ultima collettiva di arte contemporanea realizzata alla Strozzina di Firenze.
I diversi progetti fanno emergere particolari aspetti concettuali a seconda dell'artista, della sua specializzazione ed esperienza individuale.





La distanza dai propri cari è ciò che notiamo negli  scatti di John Clang che utilizza proiettare e completare dei video ripresi da Skype, in modo da fotografare i soggetti vicini come una foto di famiglia. Ciò tende a sottolineare, con una visualità di impatto, quanto nonostante le centinaia di chilometri di distanza e i mondi diversi in cui si vive quotidianamente, esista una dimensione di tempo fuori dal tempo, che vede la famiglia sempre insieme.



Chrischa Oswald tenta di rompere gli schemi della tradizionalità in due video opposti e speculari, dove, alternativamente, con la madre si lasciano andare a delle lunghe "leccate" dei loro volti, così come potrebbero fare dei gatti. La condizione di uomo-animale viene esaltata in questo gesto, con qualche fastidio nella visione e con molte cose da osservare tra la differenza dell'esecuzione del gesto tra madre-figlia e figlia-madre.







 Lo spazio nero di Ottonella Mocellin e Nicola Pellegrini vuole invece sottolineare in diversi aspetti l'inesistenza di una vera famiglia: piatti rotti su un tavolo con posate disegnate, stencil alle pareti con quadro speculare che chiude un cerchio di persone o libri attaccati alla parte alta delle mensole di una libreria. Non può nell'attraversare questo spazio, non tornare alla mente la scenografia di Dogville e una certa tensione crudele all'interpretazione degli spazi famigliari e di ciò che è definita "casa". Sicuramente, questa installazione, è meglio comprensibile conoscendo la storia individuale dell'artista. 




C'è poi chi come Courtney Kessel ricerca un'equilibrio posizionando divesi pesi su un'altalena dove sta seduta la figlia.
Quello che ci ha fatto riflettere  maggiormente è l'equilibrazione del tempo individuale delle due personalità riprese. Crediamo sia ciò che viene  rappresentato in questo video. Partendo da un asse con i loro due corpi che fanno da contrappeso, la madre viene messa a terra dalla sua mole. Via via che al lato della figlia vengono sommati libri, colori, giocattoli interessi, il peso viene equiparato e si raggiunge quindi l'equilibrio dell'altalena, rendendo la figlia autonoma e indipendente dalla sola presenza della madre.
Un ottimo lavoro davvero!





Gli splendidi scatti di Nan Goldin narrano vite e ricordi.Raccontano di cose che spesso non ci aspettiamo di vedere, con una realisticità ottenuta da un uso sapiente della luce più che di ritocchi post-produzione. Molto interessante anche il video che correla l'esposizione fotografica, che ci fa riflettere su l'infanzia e la possibilità di renderla estremamente creativa.




Vedere le realizzazioni della Strozzina è sempre di gran riflessione, sia per i temi trattati che per la cura generale dell'esposizione.
Unica pecca è il concentrarsi troppo spesso solo su foto e video. Poter vedere anche delle ottime pitture e sculture non sarebbe male. Ma questa è più un'insensata richiesta personale.
Se capitate a Firenze quindi, non perdetevi quest'esposizione.


Rafael Vindigni - Maruska Nesti

Tutti i dettagli su www.strozzina.org

lunedì 25 novembre 2013

Quella notte




Giovanna mi prese la mano destra. Lo fece d’istinto, non mi guardava negli occhi, guardava le mie mani torturarsi, tirarsi, scrocchiarsi nervose. Cos’ era che guidava i miei nervi quella notte lo so solo in parte.



La giornata era stata quasi statica: autobus in ritardo di pochi minuti, pioggia leggera da fine ottobre, un profumo forse più intenso di mele fritte dalla friggitoria all’angolo col mercato di San Lorenzo, prima di entrare in ufficio. I colleghi erano, come me, persi nel riassestare un lunedì che non prometteva sorprese noiose, tipo chiusure di bilancio che devono tornare, pagamenti di F24 in cui il codice è un rebus o calcoli di pensione per appena maggiorenni. Si poteva tranquillamente guardare le foto del fine settimana di amici e conoscenti sui social network. Magari scrivere anche qualche facezia per far ridere un po’ tutti.

Il pranzo al bar con il collega filantropo era passato. Avrei voluto scolarmi un litro di vino rosso e corposo, ma lui ha ordinato prima di me un’aranciata amara, allora anch’ io mi sono piegato al bon-ton di una bottiglietta d’acqua naturale temperatura ambiente. Grazie! La minigonna della responsabile amministrativa nel pomeriggio era salita un po’ più su, ma niente che facesse drizzare i morti dalle loro bare. Volgare, come la scritta sconto cinquanta per cento su un vibratore usato una sola volta. Tornando a casa avevo incrociato gli occhi di troppe passanti. Una volta le donne camminavano a testa bassa. Dovrei trasferirmi nello Yemen cazzo! 

Giovanna non portava mai la biancheria intima quando era in casa, tranne ovviamente in quei giorni. Era una geisha timida e fin troppo servile. Se glielo avessi insegnato io ad essere così, i suoi modi non mi avrebbero dato nessun fastidio. Invece no, l’avevo trovata già fatta, già formata. Educata da se stessa, diceva lei. Non sono mai stato capace di crederle.

 L’amavo, si credo di si. 

L’amavo come si poteva amare un cane trovato un giorno di pioggia per strada. Vedi quegli occhi che, anche se sono piccoli come cimici, sembrano palle da biliardo per il senso di colpa che ti fanno scaturire nell’animo. Alla fine quando ci siamo conosciuti lei non era molto diversa da un cane abbandonato. Ferita da un altro, elemosinava amore in quei locali in cui vai o per ubriacarti o per conoscere qualcuno che non conosci. Lei era astemia. Io mi ubriacavo. Di brutto anche. Le rovesciai un cuba libre sul vestitino giallo senape, leggero come un velo. Finimmo a letto a casa mia e quando mi chiese se poteva dormire con me oramai io russavo già da un pezzo.

Non se ne è più andata. Non dava fastidio. Cucinava del buon cibo, rispettava i miei turni in bagno e si, la casa era molto più pulita. Aveva un buon lavoro anche: responsabile del personale in una catena di alberghi a quattro stelle. Provò anche a raccontarmi di lei, della sua infanzia, delle sue passioni. Era una brava ragazza.

Quella cosa del camminare per casa senza intimo però non l’ho mai tollerata. Glielo avevo detto più volte, ma lei rideva, rideva, pensava nella sua povera testolina che fosse un gioco erotico. Non ho mai tollerato troppa libertà e sicurezza nelle donne. Nello Yemen cazzo dovevo nascere! Così, quando Giovanna mi prese la mano destra, quella notte, io con la sinistra le strinsi il collo. Fu istintivo anche il mio gesto, non riflettevo, seguivo un’immagine vista più volte in quei mesi nella mia testa. Poi mi liberai dalla sua carezza premurosa e anche la mano destra si uncinò al suo collo. I suoi occhi erano un lago di acqua e in un minuto o poco più, divennero una palude stagnante, svuotata dai pesci, gli anfibi, le alghe e i sassi. Cadde a terra e,nello schiantarsi sul pavimento, il vestito color nocciola che aveva addosso si sollevò fino alle anche ossute. Nuda. Completamente nuda. 

Neanche da morta mi portava decenza.


Maruska Nesti



lunedì 7 ottobre 2013

I giorni dell'abbandono




Quando le tue ossa sono diventate 
erba fradicia sotto le mie mani,

io ho creduto di essere la locusta 

mandata da Dio ad avvertire l'Uomo.

 Ma ero solo giallo.


E il tuo essere di che colore è, quando è?


E'  antracite come questa tenda che copre Orione e le Pleiadi stanotte?

O bianco come la luce della luna che svela la trama dell'intermezzo

tra trascendenza dei sensi e violabilita' del corpo?

Sei arma o difesa?

Tumefazione o roccia estrusa?


Uténsile o utensìle?




Maruska Nesti

martedì 25 giugno 2013

Ossessioni


Cos’è un’ ossessione? 
Se ricorriamo alle definizioni da dizionario possiamo estrapolare, in primo luogo, che essa è un fenomeno patologico che si impone ineluttabilmente ad un individuo come una rappresentazione mentale, la quale causa sentimenti di ansia. Per controllare tale sentimento di ansia una persona compie gesti rituali e determinati, che lo calmano solo apparentemente o comunque per breve tempo, in modo da non rimanere fissato su tali pensieri. Il fatto che l’ossessivo compia tali gesti per mitigare l’ansia presuppone la sua consapevolezza sulla base insensata delle sue idee, ma l’unica cosa che riesce a fare è attuare un rito, una cerimonia che probabilmente ha radici infantili- adolescenziali.

Il primo che mi viene in mente, essendo una scribacchina , è il Commissario Montalbano che ogni volta che deve parlare al telefono con il Signor Questore, inizia a ripetersi le tabelline per acquietare l’attesa di render conto alle Autorità del suo operato.

Se andiamo a cercare nei libri di psicologia, il comportamento ossessivo-compulsivo è diviso in sette ramificazioni specifiche, tutte collegate comunque al controllo della realtà e del mondo circostante. Ossessivi per igiene e batteri che si lavano mani fino a provocarsi lesioni; ossessivi sul controllo degli oggetti che contano e ricontano le cose che hanno intorno o che tutto sia lasciato proprio come era dieci minuti prima.





Ma a noi ciò interessa il giusto, dato che tali classificazioni sono forse un po’ vecchiotte per ciò che siamo diventati, per le ossessioni che nell'ultimo ventennio ci hanno invaso. Una nuova ossessione molto in voga e di cui anche io sono schiava è quella dell’informazione. Essere informati, sempre, costantemente. Sapere cosa succede nel mondo come se il nostro cuore non potesse battere e il nostro cervello lavorare senza sapere se in Turchia mietono il grano, oppure se in Pakistan le forze Onu hanno benzina. Metti caso scoppia una guerra? C'è un terremoto in Groelandia? La Russia decide di far guerra alle Isole Cayman?

E allora se passiamo troppo tempo nella natura, distaccati dai mezzi di comunicazione e informazione,respiriamo con maggior forza di quella che i nostri polmoni ci richiedono, con molta maggior forza dei disintossicati dal mondo virtuale. Compensiamo con i respiri le nostre ansie.

Ma tutto questo discorso si vuole solo avvinghiare all’ossessione nell’arte ed ai suoi effetti. Perché i comportamenti ossessivi nell’arte sono stati molteplici e non certo possiamo farli risalire alla definizione psicologica di disturbo ossessivo-compulsivo. Grazie a questi comportamenti ci è pervenuto un materiale immenso che i libri di arte classificano di solito sotto il nome di temi comuni, idee portanti, studi o ancor peggio di Serie.



Chi iniziò non si sa, ma mi piace ricordarvi l’ossessione di Michelangelo per il corpo umano maschile in movimento. Omosessuale latente e cristianissimo, studioso di anatomia, fino al giorno prima di morire ha scolpito e dipinto muscoli virili e volti. Oppure Raffaello che della Madonna con Bambino ne fece quaranta copie. Vogliamo poi parlare degli studi sulla luce del Caravaggio?

Ma facendo un salto di qualche secolo troviamo i girasoli di Van Gogh, le ninfee di Monet, l’urlo di Munch riprodotto cinquanta volte, gli squarci di Fontana e l’ossessione per la femminilità di Dalì.


Anche io ancora oggi torno su alcuni miei testi perfezionabili, perché l’idea che abbiamo visibile nella mente possa concretizzarsi in maniera anche violenta sulla tela, la pietra, la pagina, la carta fotografica.

Perché l’idea è una visione di una cosa meravigliosa, mai perfettibile, solo perfetta, ma noi umani per raggiungerla dobbiamo riprodurla, con sofferenza e determinazione, tante e tante di quelle volte solo per dargli un barlume, una somiglianza a quel qualcosa di impressionabile che ella è.



Maruska Nesti


domenica 28 ottobre 2012

Le donne si amano a vent’anni




Sui margini degli argini di un torrente, le bambine camminano come lucertole.
Hanno imparato ad amare il sole, ad andare lente e capire i movimenti circostanti dai rumori che l’erba suona. Sanno riconoscere il fruscio del vento tra il rosmarino selvatico e la pancia della biscia  uscita dall’acqua, che struscia tra terra e cielo per preparare l’agguato.

Le bambine sanno che non si devono fermare. Se si fermano il mondo impazzirà di dolore.

Un giorno hanno visto un cipresso. Era alto e scuro come un generale nazista. Presenziava e non viveva. Non hanno avuto paura, ma pena nel guardarlo. Era spoglio nella parte bassa. Lo avevano ripulito dei rami irregolari della nascita per renderlo pennello perfetto per un paesaggio.
Un paesaggio distorto da un poeta impazzito.

E le lucertole continuano a camminare lente e vedono le pannocchie del mais diventare gialle. Le vedono mentre vengono colte, ma non sanno delle bocche che le ingurgiteranno né degli stomaci che le digeriranno. Le lucertole non sanno niente. Loro vedono i colori. Loro vedono le cose del mondo cambiare forma, dimensione e toni. Non sanno se le pannocchie marciranno in un fienile o in una pubblica piazza, non sanno se verrano trasformate in snack o olio per motori. 
Non sanno.

E’ per questo che le lucertole e le bambine non si devono fermare perché sennò il mondo impazzirebbe.

Una mattina, una lucertola bambina incontrò una lucertola bambino e il loro fu un incontro scontrato o uno scontro incontrato, perché entrambi avevano solo visto la metà precedente del loro camminare. Il margine dell’argine del torrente era lo stesso, ma c’è chi va dalla foce alla sorgente e chi dalla sorgente alla foce. Con allegria. Con spensieratezza, incoscienza.  C’è chi ci mette troppa coscienza.
Gli occhi che vedono sono i miei, i sensi acutizzati su stimoli diversi li sento io, non tu. C’è chi viene dal verde rigoglioso bagnato dei tramonti su acque aperte e va verso un’aridità di zolle frantumate e chi dalle zolle frantumate parte verso ridenti paesaggi immaginari, ma sempre più concreti via via che le zampe ti portano avanti.

Le lucertole, i bambini e le bambine non possono fermarsi. Se loro non vedono, nessuno vedrà e il mondo in un secondo impazzirà. E’ già successo. No?



A mezzogiorno le due lucertole che provavano a scansarsi e guadagnare il terreno preceduto dall’altro, compresero  che non avrebbero risolto niente: quel twist, quell’ attorcigliare di movimenti di gentilezza e sarcasmo non si dileguava e allora si baciarono. Si baciarono come si baciano gli adulti innamorati. Il tramonto arrivò in un soffio, l’alba in uno zefiro, poi fu di nuovo mezzogiorno e le lucertoline ancora si baciavano. Arrivo la tramontana di un altro tramonto e il levante di un’altra alba e loro erano ancora ferme nelle loro bocche che cercavano di capire perché due esseri viventi distinti erano divenuti un essere solo. Perché entrambe erano divenute solo bocca.
La pioggia un pomeriggio iniziò a cadere lieve e le scintille di luce impregnarono le squame dei loro corpi. 
I pensieri ovattati dal corpo si sprigionarono in parole.
Io voglio vedere la foce.
Io voglio vedere la sorgente.
Il vento le spostò e il cammino riprese . Era cambiata la grafia. La penna poggiava diversa sul foglio. Le effe erano più marcate, le a più arrotondate. I passi delle lucertole divennero più cauti. La paura più intrinseca, pregnante.
Un sole digrignante nella sua austerità portò sollievo al sangue freddo delle arterie, gli impedì di morire a pancia all’aria sul greto di un torrente divenuto rigagnolo.
I gatti miagolarono per mesi, le anatre starnazzarono solo di notte. Io e te già vivevamo vite divise.
Le lucertole camminavano.

Le lucertole, le bambine e i bambini non andrebbero mai fermati, questa terra imploderebbe.

Le due lucertoline che per due giorni si baciarono non si rincontrarono mai, ma entrambe videro la loro meta, foce o sorgente che fosse. Non la videro con gli occhi che la nascita gli aveva dato. Occhi individuali di individuo. 
La videro come un ritorno all’origine.

Se in questa favola c'è un senso o una morale, ebbene  non dobbiamo mai soffocare  le risa e le grida di chi non ha paura. Soprattutto se siamo noi.
Le donne si amano a vent’anni. 
Le lucertole per sempre.





Maruska Nesti
Img: Roberto Kusterle

giovedì 15 marzo 2012

Sotto il segno di Calliope

Calliope  era ed è la musa della poesia epica. 
Epica alla fin fine sta per eroica, gesta di genti, persone che digrignano i denti per difendere ideali propri, a priori.

Il nuovo progetto del gruppo Psike è realizzato in collaborazione con la BiblioteCaNova dell'Isolotto (FI) e la Casa Editrice Florence Art.
L'obbiettivo è avvicinare le persone e i cittadini alla poesia di ieri e di oggi, il conosciuto e il contemporaneo, il noto e l'emergente,  attraverso i diversi linguaggi e le diverse metodologie artistiche, con l'ausilio di molteplici interpretazioni individuali.




Iniziamo il 20 Marzo con uno spettacolo "Un passo da casa" sulle vite e la poetica di Alda Merini e Dino Campana.
In compresenza, sempre negli spazi della biblioteca, la mostra "Figure celate": fotografia e pittura di Marco Pieraccini e Rafael Vindigni, e  "Grovigli" di Marco Viola.

Vi aggiorneremo sul progetto, che si dipana con vari eventi, dal 20 Marzo al 14 Aprile.

Ingresso gratuito

clicca sull'immagine per ingrandire il programma


Tutto questo alla BiblioteCaNova 
via Chiusi, 4/3a - 50142 Firenze

lunedì 28 novembre 2011

Su fili di rasoio


Le nostre notti sono rane gravide,
molluschi viscidi su scogli inquinati
da una postura che appartiene
ai distretti industriali
di una Londra tardo ottocentesca.
Siamo sporchi di fuliggine, sieropositivi,
camaleonti del niente in cui ci infrattiamo.
Abbiamo un senso solo non avendolo.
Premiamo forte sui nostri pedali,
con un solo piede come storpi colpevoli
della propria deformazione.
E parliamo arabo, siamese, brasiliano, italiano
cileno, cingalese, russo e un perfetto inglese,
ma continuiamo a perderci nelle nostre stanze ventilate;
come cappelli riempiamo armadi selezionati,
come feti allarghiamo vulve, squarciando.
Siamo il nero, quello che i mitomani chiamano satana.
Siamo persi in una diaspora,
camminiamo e mai arriviamo.
Siamo i freak, le anime brutte, i mai raccontati.
Soprattutto i mai raccontati.
Siamo la maggior parte degli uomini che attualmente popolano la terra.

North Carolina - E. Erwitt

Maruska Nesti

mercoledì 23 marzo 2011

Notti



Le gambe calpestano il Congo nei giorni dell’indifferenza,
la fame è una piaga da curare con un anestetico da parafarmacia.
Sulla sabbia arrivano e restano pentole, capelli, paure.

nessun dorma                 

Dita che dolgono come se avessi suonato il piano per ore,
io che mai nessun tasto ho pigiato se non quello dell’ascensore.
Nutrivo dei dubbi verso i russi, i pazzi,i politici, me stessa.

nessun dorma                 

      Hai un fegato bellissimo, vorrei nascerci dentro, fiorirci,
      embrione di sensazione distillata da enzimi allevati a coercizione.
      Credevi che il cielo nascesse sui bordi? Che avesse un colore  
      l'immaginazione. 
nessun dorma                 

      Lui è là con il suo cappellaccio, tira bombe ai bambini, ai vicini,
      e noi piantiamo bandierine su cartine geografiche interattive.
      Riempiranno i libri e svuoteranno cuori, alveoli di acredine e superstizioni.

nessun dorma                 

      Il sole è una stella, la terra un pianeta, la vita il futuro,
      le grida, le grida uno sfogo.
nessun dorma                 
in coscienza                 
no mai                  

      Hai visto di striscio il connubio dell’aria col verde di foglia
      Hai visto una bimba di rosso vestita cadere nel pozzo di un ideale tradito
      Hai visto le vie, gli amici invecchiare, qualcuno morire, qualcuno ridere?

      Sombreri. Caimani.
.nessun dorma                 
non oggi                 
no mai                 

      Bandiere, sono troppe.
nessun dorma                 

      E lei cadde in una pozza di sogni e si impiastriccio tutta.
                                                                           .ora dorme,                 
  tu non dormire                  


Maruska Nesti

IMG:Stephanie- D. Ross

sabato 25 dicembre 2010

Natalizia


L’inverno mi ha infilato la sua mano ghiacciata nel midollo
e tutti i peli che prima si arricciavano come code di porco
sono ora dritti come gli aculei di un porcospino.                  . brizzolato.

Sorge dal danubio – lontano, molto lontano quindi –
il prisma che illumina le feste natalizie:
questo cuore col megafono che urla ad ogni sguardo scrociato.

“Sono ancora ferma là sulla terrazza che affaccia sull’uscita
del Vasco De Gama Commercial Center di Lisboà a guardare
quei volti che mai rincontrerò e che mai ho incontrato e memorizzato
ma volevo vedere, vivere, credere, sentire; senza mai immergermi
troppo nella loro miseria, adombrarmi incoerente nella loro solitudine:
viscida, inerme, sprezzante, candida come neve, pulita come fango.”

Non c’è religione, né matematica, né tecnica artistica, né lingua che tiene:
sto gemendo per le convulsioni di un intestino qualunque.

Inverno vaccante: pascoli di mitologiche unioni familiari.
Abbracci abbraccianti, carezze carezzevoli, tiamo tiamanti
niente spacca il ghiaccio nei tunnel dell’A1.
Milano Bologna Firenze Roma Napoli : stupide solitudini eliciate da debiti individuali.

Scimmie antropomorfe i bambini negli ipermercati,
anaffettive parentesi di compere che saziano coscienze incoscienti – o coscienti -
“mi sporchi le scarpe”  “mangia” “grida””urla”.
Bambino reagisci, l’adulto ti schiaccia, ti rottama, ti strappa, ti ricuce . Male.
Sputagli non nel viso, no, nell’anima.

Gente avvizzita  gongola di fronte ai maccheroni nell’autogrill.

Dove hanno messo il mio posto? Qui? Il mio posto? Qui?

Fosse il cuore di un mulo il mio oggi sarei felice,
avrei scalpitato ghignando tra autovelox e maghrebine accese
 - come stelle, come lampade al led, come cromosomi spasticanti nella nebbia del caso -
avrei  acquistato inutili regali per inutili persone e invece
ho pensato a me.

Ho acceso il megafono del mio cuore.



Maruska Nesti
IMG: Pregnant Woman - D. Hirst