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giovedì 12 giugno 2014

"Questioni di famiglia" - qualche nota dal CCC Strozzina


Undici gli artisti internazionali invitati a rappresentare la loro idea di famiglia secondo una visione contemporanea presso l'ultima collettiva di arte contemporanea realizzata alla Strozzina di Firenze.
I diversi progetti fanno emergere particolari aspetti concettuali a seconda dell'artista, della sua specializzazione ed esperienza individuale.





La distanza dai propri cari è ciò che notiamo negli  scatti di John Clang che utilizza proiettare e completare dei video ripresi da Skype, in modo da fotografare i soggetti vicini come una foto di famiglia. Ciò tende a sottolineare, con una visualità di impatto, quanto nonostante le centinaia di chilometri di distanza e i mondi diversi in cui si vive quotidianamente, esista una dimensione di tempo fuori dal tempo, che vede la famiglia sempre insieme.



Chrischa Oswald tenta di rompere gli schemi della tradizionalità in due video opposti e speculari, dove, alternativamente, con la madre si lasciano andare a delle lunghe "leccate" dei loro volti, così come potrebbero fare dei gatti. La condizione di uomo-animale viene esaltata in questo gesto, con qualche fastidio nella visione e con molte cose da osservare tra la differenza dell'esecuzione del gesto tra madre-figlia e figlia-madre.







 Lo spazio nero di Ottonella Mocellin e Nicola Pellegrini vuole invece sottolineare in diversi aspetti l'inesistenza di una vera famiglia: piatti rotti su un tavolo con posate disegnate, stencil alle pareti con quadro speculare che chiude un cerchio di persone o libri attaccati alla parte alta delle mensole di una libreria. Non può nell'attraversare questo spazio, non tornare alla mente la scenografia di Dogville e una certa tensione crudele all'interpretazione degli spazi famigliari e di ciò che è definita "casa". Sicuramente, questa installazione, è meglio comprensibile conoscendo la storia individuale dell'artista. 




C'è poi chi come Courtney Kessel ricerca un'equilibrio posizionando divesi pesi su un'altalena dove sta seduta la figlia.
Quello che ci ha fatto riflettere  maggiormente è l'equilibrazione del tempo individuale delle due personalità riprese. Crediamo sia ciò che viene  rappresentato in questo video. Partendo da un asse con i loro due corpi che fanno da contrappeso, la madre viene messa a terra dalla sua mole. Via via che al lato della figlia vengono sommati libri, colori, giocattoli interessi, il peso viene equiparato e si raggiunge quindi l'equilibrio dell'altalena, rendendo la figlia autonoma e indipendente dalla sola presenza della madre.
Un ottimo lavoro davvero!





Gli splendidi scatti di Nan Goldin narrano vite e ricordi.Raccontano di cose che spesso non ci aspettiamo di vedere, con una realisticità ottenuta da un uso sapiente della luce più che di ritocchi post-produzione. Molto interessante anche il video che correla l'esposizione fotografica, che ci fa riflettere su l'infanzia e la possibilità di renderla estremamente creativa.




Vedere le realizzazioni della Strozzina è sempre di gran riflessione, sia per i temi trattati che per la cura generale dell'esposizione.
Unica pecca è il concentrarsi troppo spesso solo su foto e video. Poter vedere anche delle ottime pitture e sculture non sarebbe male. Ma questa è più un'insensata richiesta personale.
Se capitate a Firenze quindi, non perdetevi quest'esposizione.


Rafael Vindigni - Maruska Nesti

Tutti i dettagli su www.strozzina.org

martedì 22 aprile 2014

Vally Nomidou - scultura vulnerabile













 La serie "Let it bleed", è uno studio su giovani donne e ragazzine, che sorprendono, oltre all'aspetto realistico della figura rappresentata, per la tecnica utilizzata: carta riciclata!
L'artista greca Nomidou utilizza un materiale di basso costo e vulnerabile per creare le sue sculture, non limitandosi a rivestire il tutto come un involucro, ma creando con la stessa carta e cartone, assemblate con colla e filo, una struttura interna intrecciata che permette alla realizzazione finale di reggersi in piedi e durare nel tempo.


Le figure sono realizzate a grandezza naturale, studiando dapprima i soggetti tramite fotografie e calchi di gesso, mentre per le sfumature cromatiche non vengono utilizzati vernici o colori, ma solo la sovrapposizione delle carte genera una sorta di pelle che lascia intravedere parte dello strato sottostante.




I soggetti presentati dalla Nomidou raffigurano delle creature delicate (donne e bambine), allo stesso tempo intrise di poesia e innocenza, che ricordano molto le ballerine ritratte da Degas, anche se in questo caso tendono a sorprenderci con la loro immobilità, lasciandoci quasi in attesa di un loro possibile e istintivo movimento.
















Rafael Vindigni

Fonti:
vallynomidou.wordpress.com
www.artesera.it













sabato 22 marzo 2014

Una risata ci disseppelirà - Yue Minjun


“La rivoluzione non è un pranzo di gala, non è una festa letteraria, non è un disegno o un ricamo, non si può fare con tanta eleganza, con tanta serenità e delicatezza, con tanta grazia e cortesia, la rivoluzione è un atto di violenza.”

Questo è solo uno dei motti di Mao Tse Tung negli anni della sua Rivoluzione Culturale in Cina. Anni 1950-1970 per intenderci. Libretto Rosso per intenderci. Usare il popolo per combattere guerre interne al partito anche, ma questo è un altro discorso, adatto agli appassionati di storia.



Chissà quanto questa e altre direttive ideologiche hanno poi influenzato Yue Minjun e le sue opere. A mio parere, a parere di tutti, perfino dell'artista, ne sono la matrice basilare. Noi occidentali, delle idee del maoismo ne abbiamo poi fatto piccoli fuochi fatui di pensiero nel 1968.

Yue Minjun, nato nel 1962 proprio nei favilli propagandistici di Mao, ormai è conosciuto in tutto il mondo per le sue opere che rappresentano questo o questi volti sorridenti all’estremo.
Nel suo caso si può sostituire la parola rivoluzione con la parola risata.
Proviamo.




“La risata non è un pranzo di gala, non è una festa letteraria, non è un disegno o un ricamo, non si può fare con tanta eleganza, con tanta serenità e delicatezza, con tanta grazia e cortesia, la risata è un atto di violenza.”










Si violenza. Ed è divenuta sempre più espressione di violenza nella maturazione della sua ricerca artistica dagli anni ’80 (in cui i soggetti rappresentati erano amici sempre sorridenti rappresentati in modo realista, con un’indole al fumettistico che va collegata ai manifesti propagandistici di quel periodo in Cina), agli anni ’90 ( quando inizia ad usare come unico soggetto il suo autoritratto conservando il realismo delle forme e dei colori), proseguendo poi il suo lavoro deformando i rapporti col reale: bocche enormi e spalancate, denti sovrastimati, occhi chiusi, strizzati, cambia il colore della pelle che diviene ancora più reale. 


Gli ultimissimi lavori del 2012 ripropongono sempre il suo ritratto, ma deturpato alla Bacon.

Dietro la sua opera unica e facilmente identificabile si può ritrovare la tradizione artistica cinese, con la sprezzante natura orientale, ma si può notare anche un’influenza magrittiana ed europea.


Yue Minjun spiega così la sua scelta del sorriso: “Per la cultura cinese sorridere è segno di gentilezza e d’accoglienza, in Cina c’è una lunga tradizione del sorriso. C’è il Maitreya Buddha che predice il futuro e la cui espressione è il sorriso. Normalmente si dice che si deve essere ottimisti e sorridere alla realtà . Durante il periodo della Rivoluzione Culturale c’erano dipinti sullo stile dei poster sovietici che mostravano persone sorridenti, ma ciò che è interessante è che ciò che si vedeva in queste immagini era quasi sempre l’opposto della realtà”.





Ed ecco che lui ne crea una parodia, ironizzando su se stessi e sui processi di massificazione, l'omologazione forzosa di idee, gusti e opinioni in tutti i campi intellettivi, pratici , di stile di vita insomma. Mettendo in scena il proprio volto, maschera di ognuno, ci fa riflettere su quanto è importante conservare la nostra individualità e la nostra libertà di pensiero ed espressione.


Vorrei concludere con alcuni aforismi perché spesso la parola accostata all’arte figurativa aiuta una riflessione più profonda e più caleidoscopica.


Chi ha il coraggio di ridere, è padrone del mondo. Come chi ha il coraggio di morire - G. Leopardi

Si conosce un uomo dal modo in cui ride - F. Dostoevkij

Il riso è il profumo della vita in un popolo civile - A. Palazzeschi

Credo che il ridere sia il vero segno della libertà R. Claire

Fate attenzione agli uomini che non ridono, sono pericolosi - Giulio Cesare

In nessun caso è tanto facile essere indotti al riso come quando si è tristiCartesio



 E soprattutto nel caso di Yue Minjun  trovo le parole di W. Goethe molto appropriate:

Nulla rileva meglio il carattere degli uomini di ciò che essi trovano ridicolo.



 Maruska Nesti




lunedì 3 marzo 2014

Louis Bougeois – Autoanalisi Lucida




In una bella intervista rilasciata qualche tempo fa a Christiane Meyer-Thoss, Louise Bourgeois, scultrice, nata a Parigi nel 1911, ma residente a New York dal 1938, invitata a rappresentare gli Stati Uniti alla Biennale di Venezia di quest’anno, ha dichiarato: 
La storia della mia carriera è stata questa. Per molti anni, fortunatamente, i miei lavori non si sono venduti né per profitto né per altre ragioni. Io ero molto produttiva, perché nessuno cercava di copiare il mio alfabeto. Ne avevano sentito parlare, perché nel corso degli anni qualche mostra l’avevo fatta, ma non avevo venduto. E in America vendere equivale a avere successo. La mia immagine è rimasta tutta mia e di questo sono molto riconoscente. Ho lavorato in pace per quarant’anni. La produzione del mio lavoro non ha avuto niente a che vedere con la sua vendita. Su di me il mercato continua a non avere alcun effetto, né in positivo né in negativo”.


Prolifica, solitaria, controcorrente, in tutti questi anni Bourgeois ha tenacemente fatto della sua ricerca artistica il luogo dichiarato di una lucida autoanalisi. Convinta della necessità di non rimuovere, di non distrarsi da sé e dell’utilità, ancor meglio dell’inevitabilità, di fare i conti con il proprio passato, con i fantasmi dell’infanzia e della vicenda familiare oltre che con le tracce da essi inscritte nel corpo, l’artista ha scelto la scultura come mezzo di anamnesi e insieme di espressione. 

Indifferente alle mode culturali e alle tendenze artistiche che hanno via via dominato il nostro secolo, eppure di esse assai avvertita, ha perseguito una sua strada che solo verso la fine degli anni settanta ha incrociato il gusto e le nuove direttive del mercato dell’arte. È così che, a settant’anni compiuti e senza mai essersi allontanata da una sua privata e rigorosa linea di ricerca, Louise Bourgeois si è trovata a rappresentare al livello più alto tanto il discorso estetico oggi prevalente quanto i nuovi umori politici e sociali.*






La descrizione sopra, e le dichiarazioni delle sue interviste, ci restituisco perfettamente la visione di quest'artista che ha fatto di tutta la sua creazione l'analisi della sua vita, della sua memoria. 

Quello che più mi sorprende è come, nonostante la conoscenza del mondo artistico che poteva circondarla in quegli anni, continua a perseguire la propria via senza sentire la necessità di invertire o modificare i propri mezzi. Credo però che possiamo cogliere il suo profondo e radicato concetto, in un suo intervento degli anni novanta, dove asserisce con durezza l'impossibilità di insegnare a diventare artisti, 

“...Come lo si può insegnare?...Si può solo accettare o rifiutare questo dono. Non è un mio potere, né è mia responsabilità, o tanto meno mia intenzione, perseguire l'impossibile obiettivo di insegnare a qualcuno a diventare artista”.
Un dono. Ecco come definisce la sua potenza nel creare.
Si può insegnare la tecnica, far fare molta pratica, condurre qualcuno ad avere perfino una grande produzione, perché solo “l'opera può insegnare qualcosa, non l'artista. Un buon numero di artisti sono molto stupidi, sa” (in risposta ad una domanda di Francesco Bonami).

“...E' come provare ad aprire una porta con la chiave sbagliata. Non c'è niente che non vada nella chiave e tanto meno nella porta. Ci sono domande cui è troppo doloroso rispondere. E altre ancora cui è impossibile rispondere”.

Rafael Vindigni

Fonti
* Maria Nadotti, Prove d’ascolto. Incontri e visioni, Edizioni dell’asino, Roma 2011
Artribune, anno IV, numero 17, 2014




domenica 10 novembre 2013

Corpus Hominis: quattro sguardi sotto l’epidermide


Dettagli

Cominciamo dall’inizio. La doppia vetrina della Galleria Simultanea si affaccia su una Via San Zanobi abbastanza movimentata. Firenze ha il suo bel traffico di motori, piedi e volti.

La mostra attualmente allestita nelle tre stanze della galleria si intitola Corpus Hominis – il corpo dell’uomo – e sarà visitabile fino al 13 Novembre 2013.
A curarne la selezione degli autori e delle opere, come l’allestimento, sono stati Alessio Santiago Policarpo e Carina Hörner.
Pareti bianche d’intonaco e una cassa in legno, nessun altro orpello, si lascia così alle opere il meritato spazio per essere guardate e studiate. L’illuminazione è buona e questa è una cosa che apprezzo sempre molto in un’esposizione.
Corpus Hominis, un titolo che riporta in maniera diretta al Corpus Domini, la solennità che celebra la reale presenza di Cristo nell’eucarestia. Gesù è lì, nell’ostia data ai fedeli. Quindi anche l’Uomo, l’essenza più profonda dell’umanità risiede lì, in queste opere che contengono il nostro corpo.
La mostra è una collettiva di giovani artisti che nelle loro opere hanno rappresentato l’ancestrale dialettica tra materia e spirito, corpo e anima, attraverso ricerche individuali e artistiche molto differenti, sia nei messaggi che scaturiscono dalle loro opere, sia per le diverse tecniche usate.
Si passa dai dipinti di fumo su vetro o plexiglass di Giovanni Serafini, alle polaroid di Azzurra Guerrini, dal dipinto di Edoardo Figara, con tutto lo studio di bozzetti precedente l’opera, fino alle incisioni di Lucrezia Traversi.
Si sa, è cosa nota, il corpo è sempre stato al centro delle arti visive fin dalla notte dei tempi. Esso è il centro stesso dell’esperienza creativa, sia nella ricerca della riproduzione manieristica, nel senso di una ricerca della perfezione formale, sia come movimento verso la trascendenza e il superamento dei limiti stessi della corporeità. Ancora oggi vedo che è così.
Come dicevo all’inizio, cominciamo dall’inizio.


Nella prima sala troviamo le opere di Giovanni Serafini, giovane artista, ricercatore in Storia dell’Arte Moderna presso l’Università di Siena e appassionato di psicologia junghiana e teologia cristiana: tre pannelli in plexiglass (Esaltazione;Speranza; Pazienza, 2011) e uno in vetro (Autos Galeotto, 2011). Nudi maschili creati con una tecnica molto interessante: le immagini sono impresse su queste superfici trasparenti con l’annerimento che provoca il fumo di candele o accendini. L’effetto liquido ricorda la china, ma è a livello sia di risultato che di contenuto che il lavoro del Serafini acquista spessore e valore. L’effetto ottenuto ricorda in maniera chiara l’uso delle ombre del Caravaggio e i soggetti ritratti, oltre ad essere riconducibili ad autoritratti, hanno netti richiami a temi classici come San Sebastiano e il sileno Marsia, scuoiato per la sua superbia dal Dio Apollo.
Le immagini sono disegnate con precisione, quasi come impresse su carta fotografica lungamente esposta.



Il tema del “due” che l’artista concettualizza nella sua opera è legato alla figura umana e si riconduce a un esistenzialismo di radice cattolica: la fragilità della bellezza della vita umana, degli affetti, della materia; la lacerazione tra l’abisso del nichilismo e l’impossibilità di afferrare l’idea del divino; la vanità delle apparenze, quasi sempre punite.
Ma è nella tecnica usata che mi piace soffermarmi, nella sua unione tra realizzazione, metodo e significato nascosto. L’annerire col fumo una superficie trasparente, riconduce al bruciare delle nostre energie umane verso la realizzazione di un ruolo, di una identità che si vede poi limpidamente all’esterno con le sue macchie e le sue luci. Un disegnare se stessi su una tavola spirituale che poi mostreremo agli altri e a Dio. Rimangono spazi bianchi che abbagliano e oscurità che cancellano virtù e alimentano il mistero della nostra complessità umana.





Salendo un gradino arriviamo nella seconda sala, sui muri intonacati di bianco la serie di polaroid “ Corpi e Anticorpi” e il collage fotografico “Ermafrodito” di Azzurra Guerrini, ventitreenne studentessa dell’Accademia di Belle Arti di Firenze.
“Ermafrodito”, a colpo d’occhio, è il primo che cattura l’attenzione. Due corpi uno maschile, fotografato di spalle, e uno femminile, fotografato frontalmente, montati a costruire un unico corpo senza testa né gambe. L’effetto di corpo unico è molto riuscito: i due modelli ritratti sono gemelli, con tratti fisici quindi simili. L’intento dell’artista è trasmettere quel senso di doppia sessualità che ormai caratterizza la nostra formazione sociale dopo la perdita dei ruoli classici dell’era pre-moderna. 

La convivenza in ognuno di noi di entrambe le caratteristiche tipiche di genere che vivono in un equilibrio costruito incollando e conoscendo il dettaglio. La serie di “Corpi e Anticorpi” è composta da due fotografie di maggiori dimensioni che ritraggono un corpo maschile di schiena, che ricorda lo studio sui corpi di Mapplethorpe, ma con una particolare intensità sulle mani che sembrano riprese su un altro piano; e un corpo di donna, frontale, sensuale, in cui i dettagli della stampa sono molto ben definiti.
Interessanti anche le altre polaroid della stessa serie, di dimensione più piccole, in cui un corpo nudo di donna di sposta su un letto con lenzuola bianco, non occupandolo mai totalmente, anzi conquistando angoli con solo particolari, ginocchia, sedere o schiena. La Guerrini racconta la sua poetica come un percorso turbolento e irrequieto iniziato durante l’adolescenza e che l’ha portata a non aver nessun preconcetto sulla nudità, la quale da lei è considerata più che un’idea di ricerca di bellezza, una ricerca di cose che destano interesse 
oltre le esacerbate volgarità e ovvietà che ci circondano.

Adesso attraversiamo la porta senza porta ed eccoci nell’ultima stanza che ospita i lavori di Lucrezia Traversi e di Edoardo Figara.



Lucrezia Traversi
, pittrice fiorentina ventiduenne espone tre suoi lavori: un dipinto e due incisioni. Il dipinto“Belladonna” ritrae una donna sinuosa, sensuale e carnale che svela nella sua nudità un arcano pericolo. L’essenzialità del corpo corrisponde ad un veicolo che talvolta inganna e si/ci nasconde. Il titolo di quest’opera richiama una pianta usata in omeopatia per scopi curativi, ma che nella sua forma naturale è velenosa, anzi letale. Le due incisioni “Lo spettro” e “La nascita di Venere” dimostrano le competenze tecniche dell’artista. In “Lo Spettro”, una figura femminile parzialmente nuda, quasi incorporea, si mostra coperta da uno scudo quasi deformato dal soffio vitale che scaturisce dall’anima umana della donna. Lucrezia Traversi presenta, a differenza degli altri due artisti per ora presentati un lavoro più classico. Ella ritiene che l’arte sia un concetto universale e condiviso prima che personale. I suoi lavori sono frutto di pensieri e visioni che trovano forma nell’arte classica, rinascimentale e barocca.




E poi sulla parete di fronte, il quadro – acrilico su juta – di Edoardo Figara, grossetano studente all’Accademia di Belle arti di Roma.
Crocifissione opera ideata e creata specificatamente per questa mostra. I richiami nella tecnica alfuturismo, svuotato dalla concettualità ideologica di quel movimento, ma presente nel tratto e l’ispirazione ai volti taglienti di Francis Bacon sono ben mescolati a una componente ideativa e di realizzazione personale. Un bacio conturbante che due individui si scambiano proprio all’altezza dei genitali della figura principale crocifissa senza chiodi. Quasi auto-immolata. L’artista lontano dal voler provocare o scandalizzare, rappresenta la corporalità in due suoi sentire antitetici: il dolore e il piacere. Molto interessante la serie di bozzetti dello studio al dipinto: lupi-angosce da cui fuggire, contraendo il corpo, particolari di muscoli o di 
posizioni sessuali.



Ok, adesso esco. Torno nel buio del pomeriggio, nei fari, nelle luci arancioni e verdi, nel groviglio di corpi in movimento verso un qualcosa, un obiettivo che sia anche solo se stessi. C’è rumore fuori. Dentro era tutto così silenzioso.
Poi penso: “Ogni artista riesce a creare, partendo da una similare base genetica di neuroni sensitivi recettivi, unici immaginari di visione e percezione sulle cose del mondo. Elabora informazioni comuni a tutti per estraniare un senso altro. Spesso non visto."
Quante storie che conoscono i corpi degli uomini.




Maruska Nesti



lunedì 20 maggio 2013

Low Tide - Denis Rouvre









Denis Rouvre, ritrattista francese di fama internazionale, ci offre “Low Tide” - “Bassa Marea” , un reportage di forte impatto visivo ambientato in Giappone. 
Fukushima, la più grande tragedia ecologica e umana che il Giappone abbia conosciuto dalla seconda guerra mondiale ha attirato l’attenzione di Denis Rouvre che ha visitato una ventina di villaggi nella regione di Thoku, dove lo tsunami ha devastato 600 chilometri di costa e dove gli abitanti hanno perso tutto. 
Lì, Rouvre, è andato a fotografare semplicemente ciò che vedeva, senza scopi precisi, per una memoria visiva piuttosto che per una ricerca del                  paesaggio.















Il progetto nasce con l’ intento di fotografare nello specifico tutti i desolati paesaggi del dopo catastrofe, ma proprio scattando quelle immagini che l’autore comincia a farsi domande sulla popolazione sopravvisuta alla tragedia. 







Ed è proprio qui che comincia il “ secondo “ capitolo del progetto, riprendere I volti di chi è rimasto. Poche persone, dice l’autore, hanno accettato di farsi ritrarre, poichè la diffidenza è piuttosto consueta nella cultura giapponese, soprattutto dopo un disastro di simile entità. Quando Rouvre si prepara per il ritratto resta solo nella stanza con il suo soggetto, perché con la presenza di altre persone potrebbe non ottenere mai la foto che desidera. La relazione che lui cerca di instaurare per ottenere il giusto ritratto è molto diretta: si tratta di soli due minuti, ma intensi, trascorsi quasi in silenzio. 

“Del resto non poteva esserci molto dialogo, perché eravamo troppo diversi, troppo distanti, non c’era niente in comune tra noi, ma il silenzio permetteva alle persone di concentrarsi. Se non ottieni la foto in quei due o tre minuti allora non l’otterrai mai perché significa che in fondo il soggetto non vuole dartela davvero.” 




I volti che ha ritratto mostrano una dignità di fronte a ciò che è accaduto, e per evidenziarla ha scelto un”illuminazione piuttosto basica, essenziale, ottenuta con un solo punto luce, e piazzata giusto di fronte al soggetto. 







Dietro ogni fotografia c’è un silenzio, un tempo che ci dice semplicemente che c’è stato un prima e che noi siamo il dopo. Che il prima è scomparso definitivamente, che non vi avremo più accesso e che resterà l’immagine, e solo quella. 




Francesco Gallo